AVVERTENZA


LA VOCE DEL DIÀNTENE
di Euro Puletti



«Salvatico è quel che si salva».1

Leonardo da Vinci


«Homines, vetere more, ut ferae in silvis […]».

Vitruvio


«In tristitia hilaris, in hilaritate tristis».


«Amo ’l cielo co’ la sua grande forza, e tutto quel che de raggiùngelo se sforza […]».


«Quanno cojjéte le nnèspole piagnéte, perch’è l’ultimo frutto ch’averéte […]».


«E, allora, il Diàntene, presomi in braccio, mi condusse fin sulla cima,

e, là, mi indicò le vie della montagna […]».


«E voi Fauni e Silvani, irchi coll’effe, che dura avete al capo ampia ceppaia,

del mio dir breve non vi fate beffe […]».

Menzini


«Io so’ Chillo, non so’ ’n billo, io so’ Chillo, non so’ ’n pollo:

tutti jj’òssi te li sbróllo!».

Chillo de Fischietto



Questa che presento è una satira di vari aspetti del mondo moderno, stigmatizzati dalla salace e tagliente lingua del Diàntene.

Dietro questo nome,2 arcano e suggestivo, arcaico e strano, si cela un personaggio di pura fantasia; un abitatore fantastico del Monte Cucco, una sorta di Pan nostrale, un satiro rustico e bonario, celato per millenni dalle inestricabili macchie della montagna e protetto dalle sue mille, misteriose grotte.

Il Diàntene è uno di noi, è un essere alla mano che beve vino e mangia prosciutti, ma ha un “gravissimo difetto”: dice sempre la verità. Per questo è braccato e, per questo, ha scelto la vita solitaria, lui, proprio lui che amerebbe, al contrario, le allegre comitive e le belle… “figliuole”. Ma anche queste ultime, ahilui, lo fuggono sempre, atterrite dal suo orripilante aspetto che, in realtà, cela, come in Bertoldo, un… « […] tant’alto e nobile intelletto. ».

Il Diàntene parla in dialetto, perché, come lui, la nostra parlata è schietta, semplice ed immediata. Il suo animo poetico lo fa esprimere in versi (endecasillabi, “dodecasillabi”, ecc.), ma, dietro l’apparente idillio, si cela la tragedia di un mondo che va a rotoli, nonostante la sua voce di vibrante protesta.

Oggi nasce il Diàntene, a pochi mesi soltanto dalla morte di colei che me ne fece nascere l’idea, parlandomi della bucolica infanzia di sua zia, trascorsa, sul Monte Cucco, fra i verdi pascoli de La Fida.

Alla memoria di Anna Bucciarelli (“Annetta”), una donna semplice e arguta di Villa Col de’ Canali, dedico queste burlesche e sconnesse rime.

Un giorno, ero ancora bambino, rimasi affascinato dal racconto di una vecchia contadina delle mie parti.

Ella, infatti, mi narrava come, ancora fanciulla, pascolando il suo bel gregge di pecore sui verdi pianori che bordano, ad oriente, il Monte Cucco, avesse sentito, più e più volte, il richiamo di un misterioso Essere, che abitava sotto l’orrida balza de La Fida,3 in uno dei più arcani recessi calcarei della Montagna: la voragine Bocca Nera.4 L’Essere, mi disse la vecchia, si chiamava Diàntene ed era mezzo uomo e mezzo caprone.

La vecchia continuò il suo racconto, dicendomi che la Creatura aveva corpo muscoloso, braccia lunghe e mani grandi, ossute, pelosissime e piene di vene, che affioravano come le nodose radici di un albero da un tappeto erboso. Ma fu la descrizione del volto quella che più mi colpì: i grandi occhi neri, il naso lungo e affilato, la bocca sempre stirata in una smorfia ironica e beffarda e, infine, la bianca barba, lunghissima e cespugliosa, mi trasmisero un misto di paura ed attrazione insieme che mi inchiodava letteralmente al terreno. Per un motivo inspiegabile, tuttavia, quel giorno stesso volli salire al Monte Cucco e dirigermi verso quel pauroso antro, nel quale la vecchia mi aveva indicato la sicura dimora del grande Essere della Montagna. Allora, d’improvviso, giunto davanti alla bocca della vasta spelonca, e oltrepassatane la soglia, lo spazio si allargò, il tempo si fermò ed ecco che, finalmente, vidi. Vidi non con gli occhi, ma con l’anima, e vidi ciò che avevo nello spirito. Vidi l’Essere che, sorridente, veniva trotterellando verso di me e mi prendeva in braccio e mi portava all’esterno, mentre, tutto attorno, cadeva fitta la neve, a placare ogni dolore dell’anima e del corpo. Credevo di sognare, ma, pizzicandomi, sentii dolore, e allora capii che non stavo dormendo, ma non ero neppure perfettamente desto. Questo stato liminare mi preservava dalle emozioni troppo intense, che avrebbero certo potuto ferirmi, ma non mi impediva di vedere, udire, annusare, toccare un mondo che, finalmente, tornava alla sua unità primigenia. Provavo simultaneamente tutte queste sensazioni e, pur rimanendo sempre me stesso, non differivo affatto da quelle balze che ora, in braccio al Diàntene, vedevo stagliarsi imponenti sopra di me, intagliate nel diamante purissimo del cielo. Erano state loro ad aver voluto che, un giorno, una minuscola parte di esse si staccasse e assumesse il pensiero e la coscienza e, con essi, il dolore e la morte. Il Diàntene mi portava con sé e, trotterellando, mi mostrava il suo regno, ormai ultimo feudo di una schiatta estinta, quella delle creature senza malizia. Ed un fanciullo, infatti, sembrava il mio forte amico, quando, mostrandomi, con orgoglio infantile, ora un albero del bosco, ora un animale, ora un ruscello od una grotta, me ne spiegava l’importanza e la sacralità. Ci fermammo di fronte ad una parete rocciosa, da cui scaturiva, con forza, un imponente getto d’acqua gelida e squisita, che, rimbalzando e scivolando, si gettava in una stretta e profonda forra, ove il suo fluido elemento veniva inghiottito dall’assetato Essere della Montagna. Il Diàntene allora si inginocchiò e potei così vedere nitidamente il suo forcuto zoccolo caprino e contemplare, alla mia altezza, quel grande volto silvano, i cui occhi avevano abbassato le palpebre. Mi sembrò, allora, di sentire un bisbiglìo come di preghiera e, guardatolo meglio, vidi che l’Essere piangeva.

Vedendo una Creatura così possente piangere e scendere grosse lacrime su quel volto silvano, rugoso e cotto dal sole di mille estati, pensai ad un calcinato deserto che, dopo tanta siccità, riceve le prime gocce di pioggia e le beve e le accoglie nel suo seno riarso. Il Diàntene, strappandomi bruscamente ai miei pensieri, d’improvviso si alzò, e asciugandosi le lacrime con la grande mano rugosa, prese a guardarmi, e, guardatomi, scoppiò in un riso fragoroso, in tutto simile al gorgogliare della sorgente. E riso e gorgoglìo si mischiarono e si fusero tanto e così bene che non potei più distinguere quale nascesse dalla roccia e quale invece uscisse dall’ampia bocca dell’Essere. Il Diàntene, vedendomi visibilmente turbato, si affrettò allora a dirmi d’aver pianto perché ricordava il passato, quando, ancor giovane, veniva con i suoi simili a bagnarsi a questa sorgente, a bere quest’acqua e a purificarsi.

Egli, poi, volle rinfrescarmi le tempie con quell’acqua gelida e lustrale e farmene bere un sorso, dicendomi che quella era l’acqua della vita, l’acqua che purifica, che feconda e guarisce. Mi disse pure che era stato un Santo a farla sgorgare per dissetare gli uomini e gli animali.5

Fattasi sera, l’Essere mi riportò all’antro e, qui, dopo che ebbe acceso il fuoco, ci sedemmo in terra. Allora, io iniziai ad interrogarlo sulla sua vita e sulla sua concezione del mondo contemporaneo.




Intervista immaginaria al Diàntene, da parte dell’uomo moderno,

nella sua caverna sul Monte Cucco, sotto alle balze de La Fida



Intervistatore: «Signor Diàntene, come vede lei, dal suo eremo del Monte Cucco, il mondo moderno?


Diàntene : Vo’ l’ sappéte mèjjo de me de siguro, ch’ abitate ’nte ’n 6 mezzo a la baldoria de ’sto mondo che d’èsse ricco e de fa’ soldi sol se gloria. Ma si l’ volete sappe’ da ’n pòro vecchio, la verità ve la dico ’nte ’n 7 minuto: l’òmo moderno è matto ’nte la 8testa, perché ha perduto de Dio la fede co’ l’aiuto. ’Nvece da seguita’9 ’sti cieli tersi, spersi ve sete giù ppi stradelli avèrsi.10


I.: Allora lei crede che la perdita dei valori sia la causa principale della decadenza dell’uomo moderno?


D.: E’ giusta, dite bene e nno’ sbajjàte, anche si tante parol che bagajjàte11 io ’n le capisco e, spero, me scusate; ma ’l senso ’n m’è sfuggito, ché ’l valore, è quello d’èsse òmini d’onore, da ’n critica’, da nn èsse birbi o ciòrni12 e da le mójje da ’n gne13 métte i còrni14.


I.: Ma mi dica, piuttosto, com’è cambiato l’uomo moderno rispetto all’antico?


D.: Eh! Si ve l’ésse da di’, ’n fenirìa più, ché d’òmini veri ogge ’n ce n’èn più. L’òmo moderno è bólzo, racchio e fiacco e quasi ’gni matìna15 ci ha ’n aciàcco. Ranca su16 la sera, scènde a la matìna: tutt’al giorno jje dòle la schina. Ma ’n te vedi, guàrdete ’nte ’nno specchio, che te sai bólzo, racchio e parghi ’n vecchio. Ma guàrdeme da me, che ci ho mill’anni, eppur del tempo non arsento i danni. So’ ben fischiardo17 e ’ndiavolìto e duro, sono velloso, schietto, te lo giuro. Da se’ che18 vivo, Diàntene son detto, ché rido, zompo, salto e ’n ci ho ’n difetto. Da tutte le donne io je piacio, da da cima’19 ’l Monte a da pièdi20 al Chiàcio.21 Sun Monte Cucco sto sempre ’ncuccàto,22 comme fa ’l frego quanno s’è filanzato.


I.: Signor Diàntene, vi è, da queste parti, qualche rappresentante superstite della nobiltà terriera d’un tempo, di cui lei sia rimasto profondamente amico?


D.: Ser Gvererivs de Sirca, omnivm Saragarvm Comes, Scariali Marchio, Castri Veteris Dvx, Carpenacei Princeps, Sircae rex. die dominica vigesima octava maii mm evrvs pvletii de villa collis Canalis curiae Castri Collistacciarii hoc elogivm, libenter, scripsit:

Fra gli amici miei, il più vero, Simonetti è ser Guerriero. D’ogni Saràga il Conte: il bel sol ti splende in fronte! dello Scariàl Marchese: uomo schietto e assai cortese! di Castelvècchio il Duca: che fortuna ti conduca! Principe di Carpenàccio: io sarò il tuo destro braccio! A te, Re degli Scircanti, lancio un grido: sempre avanti! la tua pùbere ragazza, nella qual la vita impazza, qual dolcissima donzella, sia, di te, la fida stella!23


I.: Quali sono, a suo avviso, gli ultimi puntelli che consentono ancora all’edificio del mondo attuale di non crollare del tutto e rovinosamente e di giungere, ancora in piedi, sino al terzo millennio?


D.: “Legno per punta, e donna per piano, arèggon, m’hai da crede, ’l mondo sano!”.24


I.: Come fa a mantenersi così in forma?


D.: Camino su ppe’ ’l Monte a la matìna, magno la ròbba sana e genovina, rispiro l’aria bòna e soprafina, po’, qualche volta, ve l’ dico ’n confidenza, che co’ le donne so’ ’nna vera lenza; però ’mojjàto non me sono mai, per evita’ mugugni, strilli e guai. “Si ’na mójje bòna e brava vòi ancontra’, troppa porcheria te tocca bucina’! È de vipre ’na mela ’nte ’na balla: troppi pizzichi hai da pia’ per altrovàlla!”25 Vivo da solo, ma, quanno me pìa, do ’l ciàffo26 da le donne e… chiappo via. Ma mai senza prima dàjje ’n fiore, comme pegno sincero del mio amore. Loro èn contente e me fònno ’n sorìso, che me pare già d’èsse ’n Paradiso. Quann’è la sera me sento smagnóso,27 d’anda’ a fare l’amor desideroso, la mójje non ce l’ho, e manco la vòjjo: ma bruschetta non se fa se non c’è l’òjjo. Le donne tutte quante, lu’, ’ngarrìva, ma, coda tra le gambe, ppo’, s’arnìva, perché la donne più forti ènno del Diànte e più birbe, ’m bel po’, de ’nn’’estofante.28


I.: Come fa, signor Diàntene, a tenere così curato il suo folto vello?


D.: Comme me alzo, me do ’na scosàta29 e la peliccia ’n l’ho più scaruffàta.30

I.: E il resto del tempo come lo passa?


D.: Pianto l’orzo, la biada, ’l farro e ’l grano su ppi31 pratoni de Ranco dal Piano.32 Prego quel Monte che, quann’ero ’n fio, era bello, selvaggio comme ’n dio. E prego ch’artorni bello comm’era, ché da ’n Monte me l’òn fatto miniera. Me l’ònno ’sassinato, ve lo giuro, co’ la scusante da rendéllo puro.


I.: Come fa a superare brillantemente caldi e geli?


D.: Quann’è la strina armango ’nteghìto33 ché ’n ci ho nisciuno che me fa ’n vestito. Ma ’l pelo ce l’ho fitto, ’n lo vedete? ’n ce cape 34manco ’l pettine ch’avete, ’n ce cape manco ’no spillo a martelate, provate co’ la mano, su, slisciate!

L peggio è ’l caldo che non s’arifiàta che te pìa vòjja de ’na gran mollata. L’unica è da stratasse35 giù ppe’ ’L Cupo,36 cólco da la merìgge37 de ’n sambugo. A volte po’ me tuffo drent’a ’n gorgo, me sciacquo, aruffo ’l pelo, e po’ risorgo.

So’ ’l Diàntene e so’ più vecchio del “Cucco”, so’ forte comme ’n toro, più de ’n mucco.38 Comme ’l bóssolo, io so’ semprevèrde: fòra ’l vèrde! fòra ’l tuo, ché ’l mio non perde!39 Passa ’l tempo, ma io non me ne ’ncuro,40 vo’ pensarete: «E’ matto de siguro! ». Vòjjo bene dal Monte, anzi l’adoro, odio quelli che l’ vòjjeno per loro. Amo ’l cielo co’ la sua grande forza, e tutto quel che de raggiùngelo se sforza. Òmo de fede sono e galantòmo, anche vo’ me parete un bravo òmo.

Suvvia, moveteve, su caminate, ché magnamo ’l presciutto e le patate. Po’ ciò ’n vinello che, non ce se crede, fa arnasce puro i morti, e te l’ fo véde.

L’òmo e ’l Diàntene, présisi a braccetto, se girono a beve ’sto goccetto da cima al curucùzzo41 de ’n poggétto.

Sotto la grande balza de La Fida s’apriva ’na caverna nera, infida. Sott’a la grande roccia, l’antro buio, de voci risonava in gran subbùjjo. Del Diàntene era la reggia proferita42 ’nte la quale passò tutta la vita.


I.: Come è trascorsa la sua infanzia?


D.: Quann’ ero fio sturzavo coi vitelli sui prati verdi del Piano d’Oppièlli.43 Da giovinotto, févo le camporèlle, ’n mezz’a ’ste fratte, ’n mezz’a ’ste fratte belle! Quann’ero giovine, io, givo ad andéggio, e mai pensavo, e mai pensavo al peggio!44 Su la testa ci évo ’na sceponàra, che ’n la scarpiva manco la pinara. Adè’, che de capelli n’ho più venti, scarmijàto so’ da tutti i venti…45


I.: Mi dica, signor Diàntene, com’era questo luogo molti secoli fa?


D.: E’ fatiga, arcontàvvela ’sta storia, ché ’l vecchio, ahimè, ’n ci ha più bona memoria. Ma de ’na cosa m’arcordo esattamente, che la gente ce veniva alegramente. Dal piano su saliva fino al Sasso46 e su ’sto Monte godeva lo spasso. I vecchi nostri féveno ’n bastone, ribùsto47 e bello co’ ’l legno stregone.48 M’arcordo che, su la cima de ’n poggétto, c’era de Giove ’n gran tempio perfetto.49 Drento, ’ni casa de ciascun paese, la grotta pareva de Sant’Agnese, ma gente ce viveva assai cortese.50 Drent’al paese, che Lìsole51 è chiamato, per Sant’Antogno un gran palo ci hon52 piantato, un alto palo de tronchi de faggio, che tant’è longo che jje dìcheno ’l Maggio.53

Drento de L’Ìsole, comme ’n fiòlo nasce, sùbbito ’taccheno a lavora’ co’ l’asce. Si vène maschio se pianta ’n bedóllo, alto e diritto, più mèjjo de ’nno stóllo. Tutto scortecciato un bedolletto, col fiocco azzurro, in cima, e ’l fuciletto, col fuciletto e le rame del vèrde, perché la vita nn’ésse mai da perde. Si, ’nvéce, poi, jje nasce ’na fia, ch’essi sùbbito affìdeno a Maria, per festeggiàlla, è ’na gran salciaia, che tésti, sùbbito, anfìlzeno ’nte l’aia, una salciaia, e cento fiocchi rosa, per quella che sarà, ’n giorno, ’nna sposa.54

Quî Umbri antichi, detti già Clavernii, dumiladucento son passati inverni, vìveno oggi, drent’a ’na caverna, che tutti quanti chiàmeno Chiasèrna. Chi Chiasèrna loda, sùbbito se sbroda, dicendo ’nno sfondone ’m bel po’grosso, perché lodar poduto ha solo ’n fosso. Abondanza c’è sol de qualche vena e i raggi del sol li vede apéna. Tutti i paesani stan drent’a ’sto fosso: l’Aguto e ’l Catria jje càschen guasi adòsso.55 O Chiasèrna, tu sai da’ sempre la guèrna, da i viandanti, essèndojje taverna,’nte la notte del pecàto sai lucèrna, ’nte la fede salda salicèrna!56 ’Nte ’l paese, che Valdurbìa57 è nomato, Orlando paladino ci ha lottato, e, ppo’, ci ha vinto, con grande volontà, de fa’ trionfare la Cristianità. Quei del paese, volendolo arcordare, Corno quel monte presero a chiamare, Corno dicendo il santo suo olinfante,58 che sonar vòlse de morte ’nte l’istante.59 ’Sto lòco, ppo’, comme me disse ’nn’òmo, i vecchi nostri ’l nomàveno Còmo.60 Chi loda Valdurbìa loda ’nna via, de gran passaggio de pellegrini in scia, lodar poi vòle un eremo antico, ’na chiesa, ’n ospedale in loco aprìco. 61 I boschi èron vetusti e matriàli;62 le bestie èreno assai particolari: c’era ’l lupo co’ l’orso e col camoscio, la lontra, ’l cervo, dal pelame róscio. Si, dóppo, te volevi magna’ ’n frutto, trovàllo lo podevi ’m po’ per tutto.63 L’ultim’orso, che toquìne è nato, tra Segillo e Fossato fu ’mazzato. Era l’anno milletrecentootto, quanno che ’st’orso fece de sangue ’n fiòtto: de Perugia, furon cacciatori, questo grand’orso, fieri, a fare fòri. L’orso del Cucco, ch’era grande assai, da quel di’ ’n poi non s’arvidde mai.64 Ade’ ce vène ’n giovine barbuto, che dal primo momento m’è piaciuto: è dritto65 e schietto e ci ha ’l cervello fino, pare ’n gran re pure si ’n ci ha ’n quadrino; è forte e schietto e ci ha ’l cervello bòno, me pare ’n re che regna senza trono. Euro o Eure66, je dìcheno da ’tisto,67 che tutto je possi di’ meno ch’è tristo.68 Èvero o Lèurolo69je dìcheno da lue, ch’è paciènte70 e manzo71 comme ’n bue. Da se’ ch’è nato72, ’sto frégo73 vène amato, perché da tutti quanti ha rispettato.74

L patre de ’sto fio se chiama Ivo, dai vecchi del paese detto Vivo, per via che fèrmo lue ’n ce stéva mai, facèndojje da tutti danni assai, per via che fèrmo nno stéva ’n minuto: apéna lue partiva già era arnùto.75 Da tanti altri era detto Livo, perch’era vivo, vivo, vivo, vivo.

A voi tutti, ch’abitate ’nte ’sto mondo antico, un consìjjo vòjjo da’ da vero amico: “cojjéte le nnèspole e piagnéte, perch’è l’ultimo frutto ch’averéte…”76 Tutto ’nte ’l mondo è creato col fine77 e non c’è rosa che non ci ha le spine. Quanno, del mondo, verrà la finazione, beati quelli, de Gubbio, ’nte ’l Cantone;78 quanno del mondo verrà ’l grande corùccio, felici quelli, de Gubbio, ’nte ’l Cantuccio;79 Quanno del mondo verrà ’l grande gastìgo, beati quelli da Schiggia al Fosso Rigo…80 èllo véggo, èllo véggo ’l dio ritondo,81 ch’arimbàlta, ch’arimbàlta tutto ’l mondo … ’l sangue, comme l’acqua, corre pe’ le strade: da tutti quanti su la testa arcàde.82 E, dóppo, vedderìte, ’nte ’n momènto, de róscio coloràsse pure ’l vènto! E ’n mezz’a ’n ravastìo, de tròni e lampi, sangue vedrìte tracana’ da i campi. ’L gran tremòto ’nte La Buga sfòga, e ’l pinaróne da nisciuno afóga…83 Beati quelli che, quela matìna, staranno sott’a la mela conventina. Felici quelli, in quela matìna, tolà do’ fa la mela conventina. 84 Quanno del mondo verrà la finazione: de Gubbio, tutti, ristate ’nte ’l Cantone!85 Si del bene vòi fare tu a ’nn’amico: latte de capra e legno de fico!86

Mo’ che v’ho ’itto87 tutto, e me so’ presentato, ’l da magna’ me s’è bell’e ghiacciato. Co’ le mano ’nte le mano stamo! Que famo? le battémo o le grullàmo?88 Col chiacchiara’ me fate tante lagne, ma a scoccoda’89 ’n se còcion le castagne. Momenti s’arfa’ giorno ’n’ antra volta e manc’ una dal fòco n’émo arcòlta. La cosa lunga, serpe è doventàta: si ’l fòco càlla, adìo da la pappàta. “Per san Pietro, e per santo Paolo,90 serpe tutte, e tizzo, gite al diavolo!”. Su, forza, dàtije, zompàmolo ’sto fòco, ché luce, lu’ farà, ancora per poco.91

Magna e fatte grosso, pia mójje e zómpije adòsso”,92 magna, arlòtta, e, ppo’, scuréggia, dàjje giù comme ’na tréggia!93 Magnamo, su brindamo e festeggiamo, ché domane n’ se sa che fine famo. Vecchio sono e fra ’m po’ tiro i garétti,94 vo’ sete giovine e ’mirate95 i pètti. Ahimè, so’ tanto duro, che disdetta, che me se tàjja solo co’ la ’cétta96 … ma la merólla97’n mezzo ce l’ho schietta… fòri so’ ormai bell’e che fràido98, che chi me guarda dice: “quant’è laido!”. E pensate che da giovine ero bello, e nisciuno m’éva fatto ’l bigarèllo.99 Peggio sto che ’na pècora de marzo…


Pècora de marzo100

«So’ ’na pècora de marzo,

si me cólco,101 non m’arràlzo,102

so’ ’na pècora de marzo,

si m’amàlo,103 vengo arso,

so’ ’na pècora de marzo,

si me sperdo,104 so’ scomparso».



Ma vòjjo tira’ avanti pe’ ’n pezzetto, finché ’sto Monte mio artorni perfetto. Vòjjo leva’ beghe odi e rancori de ’sto paese ch’èn ’nuti da fòri. La pulitica ha rovinato tutto, la concordia co’ la pace ha distrutto. Jje dìcheno pulitica, ma è zozza, ché chi la fa, fratello mio,… s’angózza!105 La birbizia,106 ade’, co’ la birbèdine,107 de tutto ’l mondo hon già preso le rèdine!108. “Te sai breccia, io so’ sasso, te sai birbo, io te passo!”… c’ho ’n biciòccolo de sasso, te c’hai ’n ròccolo de grasso, io de sasso ’l sesso, te ’m pezzo d’alésso!109


M’òn càccio dal paese ch’ero bòno, mo’ su ’sto Monte pur cacciato sono. Nn’ ho pace ché me vòjjon fa la festa, perché verità dico a chi nn’artesta110. Vengon da fòri certi musi111 brutti, che ’l Monte è tutto già pieno de lutti. “A guarda’ è mèjjo ’n bel prato fiorito, ch’a véde ’n brutto muso ’rugginìto”.112 Chi mette le ràdiche113 jja fatto, io dico solo ch’è ’n povero matto. L’òmo moderno ’n ci ha più religione, e róppe,114 pacca, rubba e vòl ragione. Stólla115 le rame, scarpe le piante e i fiori, lascia la zozzerìa116 coi maleodori. “Magna grazia de Dio e arfa’ la ppèsta”,117 crede da me, che lu’ è ’na brutta bestia. Quel ch’òn da vede tutti i giorni ’sti occhi, toquì è tutta ’na zénna, cocchi! 118

Ma si chiappo ’n tortóro119 ’na matìna te la fo vede io che sonatina. Perché “’l bòno ch’è doventato tristo ’n l’ha perdonata più manco da Cristo”. Alóra sdógo,120 tronco, ciacco e pisto: farò quel che finor nisciuno ha visto…


I.: Mi dica, signor Diàntene, si è mai sentito superiore agli altri? ha mai pensato o voluto tradirli o far loro del male, profittando delle loro debolezze?


D.: Còcco mio, a ch’ora fa la luna nòva? Va’, ’m po’, giù ppe’ le cóve a còjje jj’òva!121


I.: Saprebbe fornirmi una definizione, il più possibile sintetica e concisa, della natura e delle attitudini caratteriali, ivi compresi i difetti, delle popolazioni dei paesi di questa parte dell’Appennino?


D.: Tutti matti ènn’i Gubbìni;122 Nobilòmini a Cantiano; Borsaròli de La Schiggia; Lumacàri de La Costa; Greci o Grèggi de La Villa; Guèrci e gobbi a Costaciàro; Zìngheri ènn’i Sigillani; Cavaciòcchi del Purello; Grattasàssi èn su ’n Fossato.123 Zoccaróni a Colbassano;124 Lumacàri al Palazzolo;125 Pulentóni126 quei de Gualdo;127 Tutti èn Prèti su ’n Nocèra;128 Marri quei di là dal monte.129


I.: Non crede, per caso, che gli uomini di oggi, rendendosi finalmente conto di stare seguendo una strada sbagliata, possano ravvedersi ed iniziare, così, un nuovo stile di vita, fatto di pace e solidarietà? E dove crede che si trovino le persone più ottuse, arroganti ed inutili che ci siano su questa terra?


D.: Le cèrque mai meràngole nn hòn fatto130 e, pianta vecchia, ’n s’arindrìzza131 affatto. Cèrqua più grossa, che mai nn ha fatto ghianda,132 trovàlla la potrai do’ se comanda.133


I.: Mi dica, signor Diàntene, come giudica le esplorazioni speleologiche?


D.: S’èren messi tanti lumi su la testa, che m’era parso ’n bel giorno de festa; ma, dóppo, ho visto presto che la luce non sempre verso ’l mèjjo ce conduce.

De fatti, poi, qui esseri selvaggi, dal Monte jj’ònno fatto i primi oltraggi. Ònno zozzàto134 commo li maiali ’sto loco pien de segni celestiali. De scritte ònno arcoperto le pareti, de carburo òn rempìto i scalapéti.135 Propio ’sti posti che tanto èron politi che ce dormiveno i Santi coi romiti. Se dice che San Giròllimo dottore ’nte ’ste bughe ce passò diverse ore.136 M’ arcordo, poi… ce fece penitenza… quel Tomasso, sesant’anni in sofferenza. Cantava tutto ’l giorno, e ’n c’éva gnènte e ’n déva mai pillòtto da la gente.137 “A la Costa San Savino nacque questo Santo fino,138 poi, partito assai piccino, al deserto139 andò perfino. Lue, tolà, fu, al tutto, morto al mondo, benanche che birava e era ritondo.140 I miriàcol sua èn tanti,141 ch’a contàlli142 tutti quanti noi mai sarem bastanti, ché sta in Cielo ’n mezzo ai Santi”.143 Si da Vo’ prego, Tomasso, de siguro, ’n m’ampatàsso: sempre trovo la sortita dal pantano de la vita.144 Vo’ abitaste ’nte ’n tugùro, mo’, nte ’l Ciel, state siguro! Docché ’l Sentino se sposa al Perticano ce sta la chiesa de Sant’Emiliano, drent’a ’na cella, a ’tésta non distante, ce stécero molte persone sante. ’Spètta, m’arcòrdo, ce stéce, ’nginocchiato, San Domenico, detto Loricato. San Domenico, detto Confessore, ’nte ’ste celle passò diverse ore. Pe’ scampa’, seconda, da la morte, féva penitenza anchi San Forte. Si per conosce ’l nome suo favelli: ’l Beato Forte era dî Gabrielli!. Ma per gi’ a véde do’ questo Beato, tutt’al giorno stéva ’ncarcerato, tocca passa’ per tutta ’n’antra via e gi’ sul Monte de Santa Maria. Dove de ’sta romìta c’era l’ara, ce nasce ancora ’na bella ficara, una ficara, ’nsième ai gigli belli, che ce piantò ’sto santo dei Gabrielli.145 ’Nte ’n quéla grotta ce stéva Sant’Agnese,146 che la Sua vita ’n penitenza spese,’nte ’n quéla buga ce stéva Sant’Agnese, che, la Sua vita, ’n penitenza rese, ed a Dio, tutta quanta, Lei s’arrese.

De’n pecoraro, che l’éva tradita, fece de pietra ’na statua ’nteghìta.147 ’Nte ’n quel’altra ce stéce San Donìno148, che pe’ la messa ’n c’éva manco ’l vino. Per di’ la messa ci aveva ’na bughetta, ch’ancora ogge jje dìcheno Chiesetta.149 Si principia’, tu, vòi ogni sapienza, de Ddio, d’ave’ tu ci hai la temenza!150


I.: In che modo Sant’Agnese operò questo insolito “miracolo”?


D.: “Te podesse ammarmi’151 te, pecore e cane, co’ ’l curtello e ’l pane su le mane!”


I.: Non avrebbe, per caso, da raccontarmi qualche miracolo un po’ più convenzionale?


D.: Del Monte Catria ’na balza vulticàta,152 de sant’Antogno la mano l’ha fermata: ade’ sta bona giù la Val del Sasso e ’n fa più danno ’sto spallato153 masso.154


«Sant’Antògno mio de legno,

Da pregàvve non so’ degno,

Ma de dìvve, a l’ostensorio,

Fate grazia, o sant’Antògno!

Nunche155 grazia noi volémo,

A sant’Antògno ricorrémo».156

Voi treddici grazie al giorno fate,

E d’ogni brutto mal ce libberate.157


E quela fonte, da ’n santo òmo alto, fu fatta nasce chiamato…Romualdo;158 da quel sant’òmo che la badia de Sìtria volle fonda’ comme ’na nòva Nìtria.159 ’Nte la badia che, lu’, t’éva fondato, per ben sett’anni ce fu ’ncarcerato, per ben sett’anni ce fu ’mprigionato, dal monaco Romano calunniato, per ben sett’anni ’nte ’na cripta archiuso, vittima certamente d’un abuso. Ma, per suo mezzo, Dio fece un miracolo, che da tutti chiama’ lo fece oracolo. ’N capesciòtto jje dettero a magnare, drent’a l’òjjo volsuto cucinare, ’nsomma, un pesce, jje décero fritto, purché ristasse sempre bòno e zitto. Ma quisto Romualdo, un bel matìno, lo dà da l’acque fresche de l’Artìno, e, tanto prega Dio, ognun stupisca, che fa che, fritto, lue s’arinvivisca. I capesciòtti ’nte l’Artìn viventi, da quel dì, in poi, fûro diferenti, coi corpi loro tutti pintichiati: ’nti altri fiumi mai l’honno altrovati!160 Sopre La Scirca c’è ’n’aquila de sasso,161 poco più ’n su, la Grotta del Masso.162 Sopre Segillo c’è ’na balza scura, de le Lecce chiamata Spaccatura; su ppe’ ’n toppetto, de ’sta balza pizzuta, lo strano Orto ce sta de la Cicuta, ch’è ’na pianta velenosa tanto, che, si la magni, t’altrovi al camposanto. Ma, per fortuna, “chi asàggia la cicuta, la ciàncica su ’n bocca e, po’, la sputa”. Ma, pe’ scarògna, chi magna la cicuta, sta pur certo che lue non la risputa. 163 De Segillo, sul monte, c’èn le Cèse, che così ènno dette, ché venìvon fièse.164


I.: Vi erano romitori su questa montagna?


D.: Si ’sta memoria mia ’n poco va ’ndiètro, quello vedo de San Pietro Ortichéto.165 Ma ascolta bene, e resta de stucco, de tutti ’l mèjjo era quel de Monte Cucco!166


I.: Chi furono i primi e più importanti esploratori di queste grotte?


D.: Ce fu Adromando167 ’nsieme a Ludovico,168 po’ ce fûr altri,169 ma non ve li dico. Po’ ’l marchese Benigni Agostino,170 che tutti ad arcordàmmeli sto fino, po’ de ’sto Monte entrò fin’ai budelli… quello de Gubbio: Giròllimo Gabrielli.171


I.: Quali sono le altre inquietanti e pericolose presenze, che, come mi accennava, da qualche tempo hanno preso a minacciare il suo stato di beatitudine e la medesima esistenza dell’intera sua montagna?


D.: Io le véggo, ma ’n l’anségno: sott’al Ponte del Ponticéllo.172

Drento de me arsènto a urla’173 ’na lupa: io l’arconosco, se chiama Bestia Cupa,174 po’ de ’sto Monte ’nte la panza vòta ce sta ’nguattàta la strana Bestia Piòta175. Dóppo c’è Malco,176 i Spirti177 e ’l Dragolétto178 che ’n te pìa vòjja mai de gìtte al letto. Ppo’, de le volte, èccote Gnavolóne, ’nti panni, bócco, de ’n grosso saccolóne.179 Ma quelli che te fòn tòrge i budelli180 èn più che altro i mazzamurèlli.181 Su ’n quelo scòjjo, docché ’l Monte suda,182 ce sbròzza183 e spìzza184 la brutta Capra ’Gnuda.185 Drent’a ’sto Monte, do’ l’acqua se crea,186 ce sta ’mbugàta187 la sbiancuciàta188 ’Gèa.189 Giù ppe’ la fonda190 de ’l Fosso del Cupo,191 un essere ce vive ’nsieme al lupo: è ’n diavolo che ci ha fatto ’n giardino192 do’ non ce cresce manco ’l peggio spino. Sott’a ’na balza, do’ ’sto fosso scorre, la traccia de ’nna scarpa vòlse porre.193 Ma, per fortuna, e già n’ho ’ntéso l’ùcco,194 c’è ’n bon gigante, se chiama… Monte Cucco.195 È’ nn’òmo grosso, più bono de ’nna pasta, che si l’ conoschi jje voi bène e basta. Ma de giganti ’n antro ce ne sarìa: e ’l nome suo è quello de Sanìa.196 ’Sto ’nciferìto197 fece fòri Orlando, a quela cima questo nome dando.198

Drent’a la Foce, detta già de Sómbo, dove ch’al lampo s’acompàgna ’l rombo, versa’a L’Aiale, ogn’òmo che risale, arìschia forte da sentìsse male, ch’arancàndo, su per quélo spiómbo, ogni fuscéllo pesa più del piombo. Su ppe’ ’sta foce, dove l’erba bólla, ce sta ’ntanata la Capra Bergólla. Ch’è così detta, perché ’n male grosso, tutto quanto j’asassìna ’n’osso, che così è detta, perché ’n male rógno, tutto quanto jje rovina l’ógno. Lóngo e dritto con corno, ed uno storto, mai da nisciuno, ’tista, ha fatto torto. Salva la pelle, del lupo, dal morso, stando niscòsta drent’a Grotti l’Orso. E, dettoquìne, fa sempre vedetta, perché ’l Maligno ’n faccia la vendetta, e, più che altro, bada che i freghétti, del male ’n càdeno drent’ai trabocchetti. Pe’ smacchia’ ’l bosco, i vecchi pecorari, spesse volte ’dopraveno i somari, ma, mèjjo dî somari, èreno i muli, ’taccati, in imbasciàta, per i culi. Pascelupana, ’na somara bianca, carcava ’n mondo, da l’una a l’altra anca. Su La Strada del Sasso, a Costaciàro, c’è, ’nco’, ’nna Curva, detta del Somaro. Somarari e gavallari ’l Monte guèrna, ma nisciùn batte quelli de Chiasèrna!199


L brutto Malco bastignando200 ha riso, su ’n quelo scòjjo che ’l demogno ha inciso. De notte, co’ la furia sua passato, ’na smanàta a questa sbalza ha dato. Da quela volta che l’ógno201 suo pontò202 ’nfin’adesso l’orma sua restò.203 Tanti dìcheno ’nvece che fu Orlando, verso la morte senza scampo andando. “Prima che morgo -disse, a quanto pare- ’n cinque fette ’sto Monte vòjjo fare”.204 Quann’a la sera calla giù la sfera, ’m po’ prima che del ciel l’aria s’annéra, de ’sta mane s’alùnghen tutti i déti, toccando ’n punto del monte dei Moréti. ’Nte ’l punto esatto, ’nsegnato da ’sta mano, c’honno setóro ’n grande capitano; si de conosce ’l nome suo c’hai sete… quann’era vivo jje dìsser Narisete.205 Uno di fossi de ’sto Monte vano206 consagrato era al dio Silvano.207

Po’, de le volte, ’niva ,208 giù dal Monte, quel drugolóne209 de Timolaónte.210 Tìmolo211 o Tìmole era detto ’st’òmo,212 ch’era ’m bel po’ foràstico,213 ma bòno. Del Monte Catria, ’nte le bughe214 scure, do’ s’amùcchieno,215 nere, le paure,216 ce stéva nn òmo, lóngo217 comme ’n pìgo,218 da tutti conosciuto comme Zìgo.219 Quann’era sera, dal Monte lue scendeva e la limòsina220 da la gente chiedeva. Si jje la221 dévi,222 guardava223 te e le bestie, si ’gne la224 dévi, te féva le modèstie.225 S’alontanàva,226 comme le farfalle, e déva fòco da tutte le stalle,227 s’alontanàva de parecchie canne,228 e te vedevi ad arde229 le capanne. ’N potere lue230 ci aveva, assai speciale: staccava ’l volo senza avécce l’ale.231 Altri lo dìcheno, ’nvece, ’n gran brigante, co’ la sua banda, furfante e lestofante.232 C’era Cinìcchia,233 Zigo e Malintàcca, si ’l primo picchia, l’ultimo t’aciàcca; Malintàcca, Cinìcchia, c’era, e Zigo, ch’era niscosto giù ppe’ ’l Fosso Rigo.


Del Pont’a Bótte, drent’a ’n brutto sito, niscòsto s’era un famoso bandito. Tutte le volte che l’éveno cercato, lue, ’nte le grotte, s’era rimbugato. ’Nsómma, poco più ’n là de l’altro ieri, ’chiappato non l’éveno mai i carabignèri, ma comme ’nte ’l laccio dà la volpe vecchia, ecco che uno lo ’chiappa pe’ ’nn’orécchia, pe’ ’nna ’récchia lo ciàffa, e lo stragìna, da cima al Pont’a Bótte ’na matìna. Ma mèntre jj’alàccia, strette, le manette, quisto jj’abrànca ’l collo e le basétte, punta i du’ piedi, e, sùbbito, se slanza… giù lo sprefóndo, tenèndojje la panza. Mèntre che vola fra i bracci de la morte, ché tutti sènteno, lue te grida forte: “’Mazzi n’évo dagià, ’nte l’Ottocento, novantanove, e, con te, fan cento!” Prima, però, che jje gìssero a male, i marénghi ’nguattò ’nte ’nno stivale, tutti i marénghi sua, sonanti d’oro, ’nte la panza niscóse de ’nno snòro. Un de tolì, nomato, già, Villétto, li cerca, da quel di’, ma senza effetto. Diversamente, però, fece Maréngo, che col suo fare non poco lupéngo, scovò, ’n bel di’, sopre Ca’ Magiorétto, tanti marénghi, zeppìti, ’nte ’n sacchetto. Tanto fu ricco, da doventa’ baléngo, che, da quel giorno, jje dìssero Maréngo.234


D’un Isolano, ’l povero bisavolo, fu che piantò il Pero del Diavolo.235 Tésto divenne vecchio e matriàle ed aloggiò ’l principe del male. Chiunque passava sott’a quista pianta, fusse stata pure ’na gran santa, ’l diavolo, in person, jje comparìva e la vita, tutta, jje ghiadìva. Dóppo che ’l pero è doventato ’n tavolo, più da nisciuno jje comparisce ’l diavolo. Ma da chi magna sopre quela tavola, non gn’arcontàte, per carità, ’sta favola!236

Viddi la léngua, lónga, del dimògno, la viddi lónga, ma nonn’era ’n sogno. Viddi la léngua ròscia, a spendolóne, del dimògno, comme ’n seghettóne. Viddi ’n serpente lóngo, lóngo, lóngo, ch’a mesuràllo non arìva ’nno stóngo. E ’l cul mostrando, ch’era ’ncapuzzàto, ’l codino lue stacciàva, ribirato; e ’l cul mostrando, ch’era ’ncapuzzàto, me fece, pe’ la ppèsta, ’mpunta’ ’l fiato.

I corni viddi lónghi de Bofógno, jje viddi i corni, e l’arbirato ógno. Alóra nn’ància ’ntési, drent’a jj’òssi, che fatto me sarìa porta’ da i fossi. Alóra nn’ància ’ntési, tanto forte, comme l’abràccio ghiaccio de la Morte 237

A Sant’Angelo, detto Doposèrra, che dei ucèlli ’l passo sempre sèrra, ce sta piantato ’n grande casermone, ch’hanno abitato ’n mucchio de persone. De ’sto palazzo, drento a ’nn’erto muro, ce stéva, ben murato, ’nn’osso duro. La testa era ’tista de ’n pòr’òmo, mai sapperìmo si catìvo o bòno. Comme che fusse, tésta tèsta morta, perché mai più ’nte ’n casa fusse scòrta, ficcàreno ’nte ’n bel sacco de lino, con che ’l buttàreno dritto ’nto ’l Sentino, perché ’sta testa non dasse più spavènti, la danno sùbbito da l’acque correnti. Ma, de brugno, più tosto de ’nn’osso, ’sto grugno via ruzzola dal fosso, e, tanto bene, s’avùltica e zompetta, ch’arrèccolo arrentra’ ’nte la casetta. ’Nsómma, a la fine, ’sta testa de morto, sloggio’ chiunque de lia se fusse ’còrto. Dietr’a ’sta casa, ’na tròscia c’era brencia, do’ se buttàreno tanti pe’ l’anguència, pe’ l’anguència da campa’ drent’a ’n palazzo, do’, ’nco’ ’l più savio, sarìa dovènto pazzo. Tanti, ppo’, gìveno a prega’ Michele, ch’era ’nn’arcàngiolo ’n gran bel po’ fidele, a pregàllo andaveno a la chiesa, do’ c’era ’n diavolo da la coda tésa, ppo’, grosso e lagrimevole a vedéllo, c’era, de legno, ’n crocifisso bello. C’éva la faccia de l’omo dei delóri, a cui annalzòrno ’nna marea de còri. A Sant’Angelo, detto Deposèrra, la porta de ’n palazzo sempre serra, de ’n pòro morto la scarnìta testa, che, mai più, chi la vede, ’nn’artèsta. ’Nte ’l paese, ch’è chiamato Tròppola, sempre ce vive, morta, ’sta caciòppola.238


I.: La prego, signor Diàntene, mi spieghi l’origine ed il significato di qualche nome di luogo del Monte Cucco…


D.: Del Sodo sigillan drent’a la valle, che rinsèrreno alte du’ gran spalle, ’n lupo, ’n giorno, ce lasciò la pelle per vole’ magna’ capre e pecorelle. Su ’nno scòjjo, ’l Balzone nominato, sarà quel giorno ’l suo nome ricordato. Mèntre che déva adòsso a ’na capretta, quista se scansa, comme ’nna saetta, e ’l lupo s’aritrova, vis’a viso, co’ lo sprefondo, sotto, al’improvìso, co’ lo sprefondo sotto de la balza, do’ la fugga, ch’aveva, giù lo sbalza. Cade ’sto lupo, e tanto batte i denti, che de fame mai più patirà i stenti, mai più la fame patirà, né ’l gelo, perché col vizio perderà anchi ’l pelo. Tanto forte sbatté ’sto lupo i denti, che l’animal ’n sarà più fra i viventi. Perché ’sto lupo lasciò qui tutti i denti, risero quei dei cacciator contenti. Quel che ’nna volta era solo ’n balzo cupo, ade’ chiamato vien… “Balzon del Lupo”.239


I.: Mi dica, signor Diàntene, quelle schiere di pastori che, come si narra, con sonore zampogne, riempivano di dolci e grate melodie queste alture, riuscivano davvero a restarsene per mesi intieri lontano dalle tentazioni della carne?


D.: La tentazione al’improviso prende e, strùffa,240 strùffa, ogni fiamifero s’acènde. E’ ché l’omo co’ la vacca non atacca: sinnò, ade’, al posto dei fii loro, de siguro vederiste a zompa’ ’n toro.


I.: È vero, signor Diàntene, quello che si racconta, che, cioè, perfino qualche religioso si lasciava trasportare dal vizio capitale della lussuria?


D.: Siccome che me fate tanta lagna, me toccarà241 scoprìvve ’sta magàgna:242

Un frate da ’na donnetta ’n giorno je disse:

Si de bronzo era sta tònnica,243 mia mora, averéssivo sentito a batte l’ora”.244Prete sòna e serva balla, tirintèra giù la stalla, si dal prete jje va bòna, prete balla e serva sòna”.245


I.: Quando ha iniziato a provare attrazione per le ragazze, in che modo si rivolgeva loro per conquistarne il cuore?


D.: Da una, me l’arcordo, ’n giorno j’ho ditto: “O lattónza, lattónzola fanciulla, de còre, te portarebbe ’n cavanciùlla…”.246


I.: Ed ella, cosa rispose a questa sua fin troppo esplicita profferta d’amore?


D.: “Su la ficara mia non ce se monta, perché l’è troppo piccola la pianta…”.247 Con chi je géva,248 essa sempre ce géva249 e, quel ch’ja parso,250 lia251 sempre lo féva252 Mo’,253 bell’e vecchia,254 dice ch’è pecàto,255 quel che ’na volta nn avrìa256 mai rifiutato.


I.: A parte questi approcci, che definirei quantomeno improvvisati, ha mai fatto una vera e propria dichiarazione d’amore ad una donna?


D.: A ’n bon picióne, un bijjetìn legato, da l’amorosa mia jje l’ho mandato, do’ co’ la penna d’oca c’évo scritto d’amore ’n bel messaggio fitto, fitto:Dal primo momento ch’io v’ho viduta, vo’ tutta quanta me sete piaciuta, e ’l còre mio per voi tutto zompetta, comme fa ’l becco257 davanti a la capretta…“O fiolétta,258 o fiolettìna snella, ci hai du’ poccétte259 che me parghi ’n’ agnella” Parevamo comme du’ fratelli che via vanno ’taccati pe’ i budelli.260 Lia me l’ha data senza ch’je l’ho chiesta e dóppo ’n po’ io jjo fatto la festa! “La natura de la donna è ’na fissura, do’ ce cape ’nna robba lónga e dura e ce scappa ’na téndera criatura”. La porta è, ’tista, detta de la vita, ch’a la festa e a la gioia l’òmo anvìta.261


I.: Quali dolci versi cantavate alle fanciulle, facendo loro le vostre serenate?


D.: “Afàccete a la finestra, o bella mora, dei tuoi capelli ne vòjjo ’na rama,

Afàccete a la finestra, o bella mora, te lo farò senti’ ’nsìn’a bon’ora!”

Sorge ’l sole su ’nno scapezzóne262 e ’nte ’l còre me s’è ’nfilzata ’na gumèra263…”264

Na Coldagelante265 volevo per amante: sun Coldagelli, io ce lasciai tutti i budelli.266

Comme che l’ho viduta, bella comm’era, ’nte ’l còre me s’è ’nfilzata ’na gumèra…


I.: Mi dica, signor Diàntene, come spiega lei l’iniziale ritrosia delle donne ad ogni approccio amoroso, subito seguita da un concedersi totale e, spesso, davvero sfrenato?


D.: È ché le donne te fòn sempre coscì: prima dìchen no no, e, po’, sci sci!

I.: Ho sentito dire, signor Diàntene, che lei e i suoi simili eravate spesso costretti a coprire lunghissime distanze a piedi, su percorsi assai tortuosi e disagevoli, per andare a trovare le poche femmine che la Natura vi aveva concesso. E ciò lo facevate sia d’estate che d’inverno, col buono e col cattivo tempo. Quando eravate colti da una bufera di neve o da una pioggia torrenziale, oltre agli indubbi disagi che personalmente subivate, non facevate forse stare in pena anche le fidanzate, che vi aspettavano, ansiose del vostro ritardo? avevano forse esse qualche proverbio o filastrocca, tratti dalla saggezza popolare, che le aiutasse a vincere la straziante attesa di vostre notizie?


D.: “E s’è rinnuvolato Monte Cucco: povero bello mio se mólla tutto;

e si se mólla, se mólla d’amore: l’acqua lo mólla e lo risciuga ’l sole;

e si se mólla, se molla contento: l’acqua lo mólla e lo risciuga ’l vento”.


Ècco l’acqua,267 ècco ’l vino, ècco Giorgio da ’l mulino”.268


Si vòi pati’ le pene de l’inferno, a Colmartìn te tocca gi’ a l’inverno”.269


Canta, chiuìno270 mio, la tua canzona,

canta fin’a bon’ora.,271 càntela e sòna,

càntela e ’n te stanca’, ché te va bòna”.272


I.: Le ragazze di un tempo ricorrevano forse a qualche pratica superstiziosa per presagire se erano ricambiate dalla persona amata? Interrogavano, poi, qualche entità naturale per conoscere il tempo in cui si sarebbero maritate? E come si comportavano al riguardo i ragazzi? Facevano, anch’essi, per caso, qualcosa di simile?


D. Le freghe e i freghi dicevon coscì, si, proprio adesso, ’l volete arsentì:Erba rosa, erba rosa, si me vòi bene famme ’na rosa, si me vòi male famme ’na bolla, comme ’n capo de ’na cipolla”.273Cucco, cucco, dal becco fiorito, quanti anni ci ho più per pia’ marito?”. Cucco, cucco, da le penne mólle, quanti anni ci ho più per pia’ mójje?”.274


I.: A cosa attribuisce, signor Diàntene, le molteplici e, in apparenza, immotivate paure che assalgono ed attanagliano gli uomini d’oggi?


D.: Quann’ade’ scènde la notte più scura, da l’òmo d’adesso jje pìa ’na gran paura. L’òmo de ’na volta ’nvece dormiva ’nte ’n tutti i pòsti docché275 lue se ’n giva.276


I.: Ma, più nello specifico, qual è, a suo avviso, il motivo primario dell’odierno disorientamento dell’uomo?


D.: ’Nvece da crede ’nte ’l Verbo Divino, l’òmo d’adesso adora ’l dio quadrino. Amo’ l’òmo è tutto mattemàtico, de le cose, ’nvece de la qualità, lue considera assai più la quantità. ’Nvece da pia’ quello ch’al mondo vène, sempre de più lue te cerca da ottène. Fin’a diéci, ’na volta, sol contava: de quel che ci éva lue s’acontentava. Su la punta contava lue dî diti, ma i nùmmeri d’alóra ènno spariti, ’l solo che t’è armasto ène ’l dieci, quei altri te li dico comme preci: unze, dónze, trénze, quale, qualìnze, po’ vèngheno méle e, ppo’, melìnze, e, ’nfìne, riffe raffe senza grinze. “Mèjjo se stéva quanno se stéva peggio”: dal picco péso sén giti al malinpeggio.277


I.: Mi perdoni, signor Diàntene, avrei assoluto bisogno di interrompere per un po’ l’intervista, perché, all’improvviso, ho avvertito un forte mal di testa. Non avrebbe lei, per caso, un qualche rimedio naturale per lenire questo fastidioso disturbo, che si va facendo sempre più insopportabile?


D.: D’erbe e de fónghi, che ’sto Monte guèrna, ci ho rimpìto tutta la caverna, ma, quanno da alto fortemente dòle: sfoga’ da basso sùbbito ce vòle.


I.: Le è mai capitato di curare delle persone o di dare utili consigli sulla prevenzione di malattie e pericoli d’altra sorta ?


D.: Da ’nna freghìna278 bella ’n giorn’ jj’ho ditto:Magna le prime tre viole che vedi de l’anno, fia mia, e le malatie tutte, a una a una, giranno via!”.279


I.: Caro signor Diàntene, mi faccia, per favore, un esempio di due cose diametralmente opposte.


D.: L’avedóre280 de la santuréggia,281 la ppèsta de ’na scuréggia.


I.: Ho saputo, signor Diàntene, che lei e i suoi simili, durante quegli inverni particolarmente rigidi, in cui faceva il “nevóne”, scendevate spesso nei paesi pedemontani a chiedere, col vostro canto, che vi fosse donato un po’ di cibo e qualche buon sorso di vino generoso. Come reagivate quando, ai vostri insistenti e melodiosi canti, nessuno apriva le porte per darvi quel tanto desiderato bicchiere di vino? Rispondevate con indifferenza o in malo modo?


D.: “Su ’n Monte Cucco ci ha fatto la neve, e non se canta più se non se beve!”


I.: Come facevate, inoltre, a prevedere il mutamento delle stagioni e, dunque, ad iniziare i lavori agricoli e le pràtiche pastorali che ne conseguivano, senza conoscere affatto il calendario. Usavate, forse, qualche proverbio per orientarvi in tal senso?


D.: “Quanno Monte Cucco mette ’l cappello, vende le capre e compra ’l mantello, quanno Monte Cucco mette le brache, vende ’l mantello e compra le capre.”282



Genàro283 mette dai monti la parùcca,284

Febbraio grossi e piccoli ambacùcca,285

Marzo libera ’l sole da la prigionia,

Aprile, dai bei color, orna la via,

Maggio gode fra musiche d’ucèlli286,

Giugno attende i frutti ’taccati287 dai ramoscelli,

Luglio falcia le messi al solióne,288

Agosto, avaro assai, le rappóne,289

Settembre i dolci grappoli irrobìna,290

Ottobre dei bei vendemmi rimpe la tina,291

Novembre ’mucchia aride fòjje in terra,292

Dicembre ’mazza l’anno e po’ ’l sotèrra”.293



I.: Come riuscivate, inoltre, a comunicare fra voi, quando vi trovavate molto distanti gli uni dagli altri?


D.: ’L solo richiamo nostro era “u-scià-scià”,294 che se sentiva da toquì a tolà.295


I.: Mettevate, per caso, in atto anche qualche pratica per conoscere la durata della vostra vita terrena?


D.: “Pasqua Epifania, che vènghi296 ogn’anno, dimme se so’ vivo o morto ’n antr’anno;297 se so’ vivo, salta e frizza, se so’ morto statte fissa fissa; se so’ vivo, salta ’n poco, se so’ morto te bruci ’l fòco”.298

I.: Pronunciavate anche qualche formula di scongiuro contro il pericolo che, alla morte del corpo, facesse immediatamente séguito quella dell’anima?


D.: “’L morto è morto, è morta ’na cunìa:299 ’n me mori’ te, ’n me mori’ te, ànnema mia!”.300


I.: Ha, per caso, qualche gustoso aneddoto da raccontarmi sulle vicende umane vissute dai pastori e dai contadini del Monte Cucco?


D.: “’L contadino è bòno, ’l contadino ha l’arte e rubba dal padrone la terza parte. Quann’è tempo de le pere, ’l contadino le va a vedere e ce tira ’na sassata, ne fa cade ’na stratàta.301 Quann’è tempo del moscatèllo,302 ’l contadino se capa303 ’l mèjjo e ce lascia ’l graspijóne304 e quello ’l lascia dal padrone”.305

D’arcontàvve ci ho solo ’sta poesia, de cui, però, la storia nn’ è la mia:306



Su ppe’ ’1 Monte ’na matìna”


«Gìveno su ppe’ ’1 Monte ’na matìna,

ch’éva fatto la neve e era la strìna,307

Carlo de Béla, Alfrèdo e ’1 por Ceccone,

m po’ più ’n su de le balze del Cesóne.308

Le vacche loro èren giti a arpia’

ché giù ppe’ le stalle l’éven d’arporta’.

Ché su ppe’ ’1 Monte, col tempo de neve,

magna’ nn’avrìen poduto e manco beve.

Ma ’nte ’l mèntre ch’essi féveno la sténta

tra i réfeni ch’amucchia la tormènta,

tutto ’n momènto Ceccone mette ’l piede

nte ’na buga309 che la neve non fa véde;

ed eccote ’st’omone che sprofonda

drent’a la bocca de ’na buga tonda.

De bracci e mano déce ’na ’largata:

sinnò ’sta storia non l’avrìa arcontata.

Spauràti da ’sta scena, Alfrèdo e Carlo,

tutti e due insieme corren p’aiutarlo,

Chiappàtolo con forza, un per braccio,

fòri l’ tireno, sbianco ch’è ’nno straccio;

1’ lasceno steso sott’a ’na gran fronda

e vann’a véde la buga quant’è fonda;

de tanti sassi che ci hanno buttato,

nisciuno, ancora, ’l fondo ha mai toccato;

s’arconta che ’sta traditóra buga

oltre 1’orìvo310 de la terra sbuga.

E’ da quel dì, grotta, che te sto a cerca’

ma, ’n so comm’è, tu ’n me te fai altrova’;

sarà solo ’l por Ceccón da l’Aldilà

che, si Dio vòle, me te farà archiappa’.».



I.: Non avrebbe, per caso, da narrarmi qualche altro episodio di vita vissuta, a suo tempo raccontàtole dai pastori del Cucco?


D.:’Na pecorara, un di’, de Campetèlla, col lupo se letigò ’n’agnèlla, e tanto co’ la rócca lo minaccia, per fa’ sfuga’, lontana, ’sta bestiaccia; sbatacchiando la rócca, ppo’, jje grida: “Va’ via, va’ via”, che ’n senta le tue strida!”. Ma, comme ’l lupo, più bòjja311 è de la donna, ’tisto jje scuce la pecora a la gonna. I vecchi de ’na volta, a Campetèlla, da i fiarèlli contàven ’na storiella, che se diceva, ma ’l fatto armàne cupo, che l’éva ditta, proprio in persona,’l lupo: “La voce dei fii piccoli m’ancenderà ’l culo,312 la voce de le donne, me sfuga da le gonne, la voce de l’òmo grande, me fa trema’ le gambe!”.


Là ppi’ Buschi, co’ ’n temporale grosso, cava la Velia le pecore dal fosso,313 ma comme che, da pièdi, fu ’rivata, da ’n grosso ròcchio d’acqua fu slisciata. Pregata la Madonna del Soccorso: ’n bon gruppo de pastori è, tosto, accorso, de pastori, con corde e co’ le scale, per fa’ scampa’, ’sta frega, al temporale. Si ’nn’èreno i pastori, quéla volta, l’acqua, in eterno, se la sarebbe arcolta.


Uno, m’arcordo,314 me l’arcontò l’Anneta,315 ch’ha in Paradiso l’ànnima benedetta. La zièsa316 Pia,317 le pecore parava, e tranquilla col cane se ne stava, co’ ’n cagnolétto318, ch’era ’na bestia fida, quann’ècco ’n animale giù La Fida319; comme lanciò ’nte l’aria nn urlo cupo320, lia321 sùbbito s’acòrse322 ch’era ’l lupo. Presa da la paura, che l’affanna, fa apéna ’n tempo a bocca’ ’nte la capanna.323 Mentre che essa era drento che pregava, fòri era ’l cane che da ’l lupo jje ’bajjàva.324 Al’improvìso, ’sta donna ebbe ’nn’idea: da sbatte ’nsième i du’ zòcchi che ci avéa325. Comme che ’l lupo sente ’sto rimóre, comm’a l’inverno, jje pìa ’n grande trimóre.326 Lascia l’agnella, ch’apéna éva ’dentato, e chiappa, via, cornuto e bastonato. 327 Scappa da la capanna, e ’l Bòn Pastore, essa pìa a ringrazia’, con tutto ’l còre.328


I.: Vi sono più stati cani altrettanto coraggiosi e fedeli al loro proprietario, come questo, che ha strenuamente difeso la propria padrona dall’aggressione del lupo?


D.: De la Schiggia, davanti al camposanto, de Paterniano sott’al lòco santo, ce sta ’nna tomba, che pare ’n sedile, fatta, de fiume, in bigia pietra vile, drent’a la tomba i òssi c’èn de ’nn animale, che più de tutti quanti al mondo vale. Era ’n cagnòlo chiamato “Fido Po”, che, finché visse, ’l patrone suo aiutò, ’l patrone suo, ch’era nn infelice, ’sto bravo cane rese assai felice. De fatti, lue jje giva a fa la spesa, con ’m bel po’ poco facèndojje gran resa. Quanno che mòrse, ’l paese, sconsolato, vòlse che sempre fosse ricordato, e su la pietra fosse scritto, a graffio, un corto, ma bellissimo epitaffio: “Qui sta sepolto il cane “Fido Po”, che fu da tutti amato e tutti amò”. ’Sta scritta, ade’, ’n se pòle legge piùne, l’acqua, da lì, corre da ’n su e da ’n giùne.329


De la Costa, ’l povero Tomasso, a San Giròllimo sott’a ’l grande sasso,330 andò ’n bel giorno per supplica’ ’l priore, da tutti e ognuno tenuto in grande onore, che per nome era chiamato Forte,331 de scongiura’ le bestie da la morte. Morte che i lupi jje stéveno a da’, ’ntanto, che ragionàveno ’l pastore e l’òmo santo: «Vo’ che ’n sant’òmo certamente séte, ’sti lupi, ’mpo’, da scongiura’ vedete… Io li scongiuro -disse con affanno- Ma ’n so dove spedìlli da do’ stanno. Docché li mando loro faranno danno: ènno già troppe le bestie ch’ònno scanno.». Dal bon Tomasso jje venne ’nn’idea, e confidò ’l pensiero che ci avéa: «C’e ’n pòsto solo do’ ’n pòsseno fa’ danno, ma solo utilità, si scannaranno… tutti coloro, o guadàmbio raro, che stanno sul comun de Costaciàro…».332

De falciatori, Romana, a la Campagna, ’na grossa sguàdra se riposa e magna, quann’ècco ch’al’improviso uno se sfiara: chiappa lo schioppo e du’ gran botte spara, ciàffa ’l fucile e jje fa fa’ la fiàra. Quann’ècco Salvator de Mocarìno veni’ a la volta de ’st’omo cretino. Lo guarda ’n faccia e pare che lo sfotte: «’L fucile tuo nno spararà più bòtte». L’òmo t’arcàrca ’l suo tizzo de fòco, e crede ch’artira’ sia per lu’ ’n giòco; quann’ècco, Mocarìno, ’na preghiera, se mette a di’ sul fare de la sera, Quand’ecco Mocarìn, ’l segno de croce, sùbbito far e, poi, dire a gran voce: «In nome, Santissima, de la Ternità per ’n bel momènto più ’l fòco nn’hai da fa’! Polvere e piombo sta’ drent’a la canna, comme Gesù ’nte la casa de Anna». Crede lo sparator che ’tésto è matto, e, ad artira’, lue te prova de scatto, ma per quanto lue i grilletti ha tratto, quello che vòle fa’ ’gne vène fatto. Alóra arpàrla quello de Mocarìno, da tutti considerato un santo fino; ’n fa ’n tempo a gire da toquì a tolà che detto ha dal fucile: “Fòco fa’!”; ’n fa a tempo a gi’ da de qua a de la’, che du’ botte da lo schiòppo333 fa caca’.334

C’era la guerra e la povera Caffétta, de Costaciàro donna bedenetta, arnìva ’n giorno, fii mia, da Pascelupo, col rischio forte che la magnava ’l lupo. Da Costaciàro a Pascelupo giva, tutti i monti varcando, e, po’, s’arnìva. Pe ’l fio Gigetto féva da ’n su e da ’n giù, perché la fame lue ’n patisse più. C’era la guerra, ed era d’inverno, ma lia ’n sappéva che doventava inferno. Là ppe’ la strada c’era anchi la neve, e, ’nte le fonte, manco l’acqua per beve.

Su ppe’ la strada, con sua gran paura, ecco che tutta l’aria s’ariscùra: al’improviso se trova fòr de via, pe’ ’l gran travóne ch’acecava anchi da lia. Se sperde e vaga e ’l tempo passa, ’ntanto, dal giorno a la notte, comme ’n lampo. Da la paura, jje cadeno i capelli, de ’n pode’ arvéde, de casa, i muri belli. Essa, piagnendo, prega, e prega tanto, che ’n ucèllo jje comparisce accanto. Zompetta ’tèsto, a lia stando davanti, e po’ la guarda, e par che dica:“ Avanti!”. Sia stato ’n corvo, oppure ’na pernice, da seguitàllo l’ànnima jje dice. Po’, al’improviso, dóppo ’n lungo tratto, lue da la vista jje sparisce affatto. Tanto hanno caminato, passo passo, che la ’Nunziata s’altròva sott’al Sasso. L’ucèllo jje sparisce, e lia te vede, de Costaciàro i lumi giù da piede. Tanto lia ha caminato che te vede arde, splendenti, i Lumi de la Fede. La Caffétta, ormai sentendose salvata, pia a ringrazia’ quel’ànnima beata. Tanti dìcheno che l’ucèllo sparito era l’ànnima del pòro su’ marito. Da vo’ ’sta storia io ve l’ho arcontata, per divve che ’sta donna è, ormai, beata. De ’pèrico lia féva le pozioni: Dio jje dia mille benedizioni! D’òjjo de ’pèrico lia féva ’nno ’mpiàstro: adène arlùccica ’nte ’l Cielo comme ’nn astro.335

Gìveno su ppe’ ’l monte de bonora, prima che ’l sole fosse ’nuto fòra, ce fosse neve, oppure la strìna, per pia’ messa la domenica matìna, pe’ la Strada di Romìti andanti, con passo lesto, ’na sguàdra de Costanti. Tutti varcando Passi Nvalcatóro, tiravon dritti pe’ la meta loro, ch’era de San Giròllimo l’asceta,’l posto scelto per fa’ l’anacoreta, ch’era de San Giròllimo ’l convento, do’ i frati bianchi vivevon con contento, do’ i bianchi frati, detti camandolesi, féveno entra’ le gente di paesi. Presa la messa, chiedeveno l’offerte, per compensa’ le pene sofferte: “Per pia’ la messa tutto ’sto monte én ranco: dàtece, ’m po’, ’n tozzo de pane bianco…”. Nel pode’ vede quel tozzo tutto bianco se rallegrava anchi ’l viso più stanco. Bianco, ’l pane, ’n l’évon mai ’saggiato, ma po’, magnàllo, ’n tempo de carestia, pareva l’ostia drent’a la sagrestia, de Sant’Agnese ’l miracol de la treccia: “Mai più, ’nte ’l tempo de la carestia, mai più noi magnarem pane de veccia!”.336


Monaci E Querce


Cade La Neve, Come Seme A Spaio,

Quale Farina Su Un Mulinaio,

Quale Fuliggine Su Un Carbonaio.

Di Neve, Bianche Fumate,

Dai Comignoli, Alte, Levate.

Neve Sporca, Neve Nera,

Senza Cielo, In Una Sera.

Scende La Neve Sui Frati Bianchi,

A Ristorare I Loro Corpi Stanchi,

A Ricolmare I Loro Scarni Fianchi;

Fiocca La Neve Sui Frati Neri,

A Rallegrare I Loro Visi Seri.

Frati Bianchi Come Mulinai,

Frati Neri Come Carbonai,

Frati Avvolti In Lunghi Sai,

Frati Che Io Non Vidi Mai.

Frati, Saio Sale E Pepe:

Capinere In Una Siepe;

Frati, Saio Pepe E Sale:

Frutti E Fiori Di Natale.

Voi, Nell’orto, Fior Cappuccio,

Voi, Nel Mondo, Fior Corruccio.

Frati, Teste Nel Cappuccio,

A Pregare In Un Cantuccio;

Frati, Voi, Voci Nel Chiostro,

A Intonare Il Paternostro;

Frati, Voi, Voci Nel Coro,

Santi Assisi In Concistoro;

Frati, Lunga Barba Bianca,

Cui Pregare Mai Non Stanca;

Frati, Folta Barba Nera,

Vòlti Dove Non Fa Sera.

Se Le Tocchi Con Le Mani,

Tu, Le Querce, Le Risani.

Se Le Stringi Con Le Dita…

Tu Alle Querce Infondi Vita,

Vita Austera D’eremita,

Querce Dalla Lunga Vita,

Querce Dalle Lunghe Dita,

Querce, Rami Come Ali,

Voi, Coi Monaci, Immortali;

Querce Dalla Scorza Dura,

Querce Grandi Da Paura.

Querce, Forti E Belle Piante,

Voi, Fra Tutte, Le Più Sante,

Tramiti Tra Terra E Cielo,

Testimoni Del Vangelo.

O Buon Dio, Apparso Ad Abramo,

A Mamre, Delle Querce Sotto Al Ramo,

O Sommo Dio, Che Sopra Tutto Io Amo,

Fa’ Che Dell’uomo, Ultima La Sorte,

Non Di Dolore Sia, Di Pianto E Morte,

Ma, Del Cielo, Dischiuse A Lui Le Porte,

Il Tuo Bel Volto, Sfolgorante Forte,

Beato Ammiri, Dei Santi Nella Corte.


Era la fine del Milleottocento, quando sucèsse quello che rammento. A tròva i vecchi sua era gita, ma, troppo tardi, da Coldepèccio argìta. Da Coldepèccio a Campetèlla arnìva, benànche, forte, la strada, su, sallìva, quanno t’atàcca ’na grande nenguetùra, che la ’nteghìsce, tutta, de paura, sui prati giónta, essa, de San Gìo, dice, fra lia: “Mo’, che strada pìo?” Ma, ’nvéce, da pia’ giù per Campetèlla, sbajjàta, segue, del distin, la stèlla, e ’tacca a scènde giù pper una forca, che drento bocca, dî Fossi, ’nte La Croce. Di qui, de Cristo, la croce lia t’abràccia, che dî stradelli jje fa perde la traccia. Così, lia mòrse, tra i trìbboli ed i stenti, e ’l pianto, forte, de tutti i parenti. ’L fosso, do’ mòrse questa donna bona, chiamato vène Fossi la Larióna, mo’, ’l fosso, do’ spirò questa matrona, tutti jje dìcheno ’L Fosso de la Larióna. ’Sta pòra donna se chiamava Lara, ’nte ’l còre ade’, ’l Signor, la tène cara.337


Amo’ v’arconto de ’na lavandara che fu portata via da la pinara. Fu sopre l’onde del Fosso Lucaràio ch’avvenne, gente, questo grosso guaio. Era ’nte ’l lùjjo, del cinquantanove, che, comme mai, venne forte a piove. Co’ la fiòla lavava la sotàna, quann’ecco se sgavìna ’na buriana; e trona e lampa e tanto l’acqua è grossa, che t’arìmpe tutti i fianchi de ’sta fossa; e giù fa corre, nero, ’n cavaróne, che ’nferocìto pare ’n gran leone. La pòra donna, rubbata da ’sto scolo, colomba par che sta spiccando ’l volo. La ròcchia l’acqua, nera, e la stragìna, mentre che piagne la fijja, poverina. «La mamma mia, la mamma mia che amo!…», dice, strillando, la fia ’taccata a ’n ramo.

La pinara del Fosso Lucaràio sbatte ’sta donna, che pare ’n seme a spaio. La ’ngùrbia l’acqua, che pesa più del piombo, mentre che ’l Chiascio la porta a Colpalombo. Spojjàta la ritrova ’n pescatore, dóppo tre ggiorni passati ’nte ’l dolore. Piagne col cielo tutta la famìjja, ma più de tutti piagnerà la fijja. Questa storia, de dolore antrisa, toccò a ’na donna che se chiamava Lisa. Pierotti Lisa, maritata da ’n Bellucci, tu t’arcutìni del mondo tutti i crucci. Elisa mia, sposata a ’n Vignaròlo, dal falco de la morte presa a volo. 338 La fine hai fatto tu de quel’agnella, che, dal Pezzòlo, fenì giù La Canèlla. Sopre la schina de ’n nero cavalóne hai cavalcato partendo da Carióne. 339 Dal pòr Carióne, giù fin’a Colpalombo, de la pinara t’ha ’compagnato ’l rombo.


Arnìva alègro da ’no sposalizio, con du’ compagni cavàtose ’gni sfizio, quanno, col baroccìno tirato dal cavallo, ’l Sentino ’n piena lue prova de passàllo. De varcàllo, per gi’ su ’n Lumachèlla, a fa feni’ questa giornata bella. Ma ’l fiume è stretto e tanto è ’l cavaróne che t’aribàlta ’l calesse col patrone. Zómpeno, però, ’n tempo i altri due, e ’l cavallo se sgavìna da per lue. L’òmo s’afóga ’nte la gran pinàra, che lo porta dóppo Isola Fossara. Scalzo e ’gnudo lo trova, poverino, ’n pescatore, de Brunetti dal mulino. ’Taccato era rimasto, meno male, a la rama de ’n pioppo pe’ ’n gambale. S’afèrma ’l biròccio giù Le Canepìne, docché farà, a l’ultimo, la fine. ’Sto fatto capitò ad Aldo Capponi, pe’ ’n temporale coi lampi e con i troni. Aldo Capponi, Aldino nominato, vittima de ’n destino disgraziato. Aldo Capponi, detto de Giujjóne, portato via da ’na grande alluvione. ’L dieci novembre del quarantasei, volato, da ’sto mondo, a l’altro sei. ’No sposalizio, co’ i balli e con i sòni, feni’, per te, coi lampi e con i troni. Co’ i balli e i sòni, per te, ’sto sposalizio, fenì per doventare ’n gran suplìzio. Mentre che sott’a ’n ponte tu passavi, da uno, che te chiedeva comme stavi, tu rispondesti, de l’acqua ’nte l’andéggio: «Bene nno sto, ma che non venga peggio!». Perché tu in terra hai passato ’l peggio, ora ’nte ’l Cielo stai su ’nn alto seggio.340



L millenovecento, era, trentotto, e d’anni lue ce n’éva appen diciotto, pe’ l’are ’l grano e l’orzo te batteva, fin’a quando la forza lo reggeva, ch’era giovine, forte e volenteroso, e del lavoro mai non fu pauroso. Ma ’l due d’aprile, pe’ L’Ìsole passando, il motor del suo trattor fumando, jje tòcca de fermàsse a còjje l’acqua, che del Catria, i piedi, e del Mutètte sciacqua. Alóra calla giù per una górga, da che ’l distino vòl che non risorga. Sopre ’na liscia mólla, poverino, scivola e mòre ’fogàto giù ’n mulino, giù ’l Mulino, ’fogàto, de Brunetti, ch’arcòlse i corpi de altri poveretti. Ade’, de te, che ’n c’hai più ’n fil de voce, c’armàne solo ’na data su ’na croce, ’na croce, sol ce resta, ed una data, e ’l pianto eterno de la famìjja amata. Tu te chiamavi Genesio Lupini, ade’ t’arpòsi fra du’ gran cuscini, che sono, celestiali, jj’Appennini. Quando nascesti, tu, era d’istate: Signore, questo fior, Vó, ridestate! Quanno moristi, tu, era d’aprile: Signore, accogli quest’anima gentile! Quanno moristi, nasceva primavera: adesso vivi dove mai fa sera! 341


Gran carbonari fùrno jj’Isolani, i Coldepecciani ed i Pascelupani, ma, fra quest’ultimi, quel sommo, fu, senza dubbio, Lupini Colombo. Mesi e mesi lue stéva, in grand’affanno, drento, de pietra, o frasche, un bòn capanno. Grandi e belle carbonare costruiva, comme mai da nisciuno jje riusciva. Adène, che volato sai, Colombo, comme ’l lampo che sempre batte ’l rómbo, verso un altro, e ben più bello, mondo, io so che ce starai sempre giocondo.342

Tu, co’ la bèschia carca, t’hai ragione, che me fa fa’ la parte del cojjóne, sinnónca, comme pecora a la rete, porta’, pure sul monte, t’évi ’l prete... ” 343

Ade’ v’arconto de du’ disgraziate, da le balze de ’sti monti vulticàte. Era l’inizio del millenovecento, quando ch’avvenne, triste, quest’evento. Una de loro le lumache cercava, e su la pruma de le sbalze stava, sul Monte Catria, co’ la zièsa Gigia, dove ogni erba c’è, ma non maligia. Quann’ecco ch’al’improvìso, da ’st’arzilla, ’n piedi sul prato móllo via je sguìlla; quann’a parti’ se sente, a l’improvìso, ’n piedi sul prato, d’acqua tutto antrìso. Quanno ch’al’improvìso, éva vent’anni, lia te subì ’l peggior de tutti i danni. Móllo era ’l prato, e ’m bel po’ ritto, còcchi, e, dóppo tutto, lia portava i zòcchi. A tempo a di’ non fa né a né amme, che, comme luta, vola fra le fiamme. Acuto ’n grido ’nte l’aria se spande: è lia che cade da la Costa Grande, è lia che vola dal Sètte de Macchia, che pare giù, in picchiata, ’na cornacchia.344 ’Na sciòlta345 parte presto d’Isolani, col passo lesto e ’l còre su le mani. L’altròva uno sott’a ’n legno tasso, ’nte la bugata de la Val del Sasso. ’Sta brava fiòla studiava da maestra: feni’ la vita ’mpiccàta a ’na ginestra.346 ’L primo che l’altrova è Checchinello, ’n òmo bòno e col corpo snello. ’L nome suo era Veneranda, finì da vive de balze ’nte ’sta banda. Veneranda Masci eri chiamata, io so per certo che te sai salvata!

Na donna, ’n giorno, fii, de San Felice, passata, del monte, la grande cicatrice, saliva lenta lenta, stanca stanca, verso ’l Passo, còcchi, de Grotta Bianca. E già ’mboccato t’éva lo stradello, che su ’n pratello fenisce, bello bello, che del Papa vène nominato, perch’è fresco, vèrde e ben curato. Però, per gi’ ’nte ’sto loco prodigioso, tòcca varca’ ’n passo scapicollóso, de Grotta Bianca, chiamato da la gente, che de passàcce ’n vòle sappénne gnènte, ch’al posto de passàcce se cavarebbe ’n dente. La donna varca, ma jje gira la testa, e cade anciampicando su la vesta. Comme che sbatte sul fiore de lo scòjjo, essa sparisce sopre l’acqua comme l’òjjo, comme l’òjjo sofiato via da l’acqua: non ce n’armàne, qua e là, che qualche macchia. De San Felice, ’na sguadra è già discesa, lungo ’na fune a ’n grande ciocco appesa, lungo ’na corda ’nte ’l gran sprefóndo tesa.

Mucchiata te l’altrova, ch’è ’n canestro, ’n giovinotto de nome Silvestro. ’L corpo suo, lia vede in Bocca Nera, l’anima sente, Raggiante, in una Sfera.


Un dì, Pascelupano, ’n pastorello, del Beato cadde giù da lo stradello; un pastorello, un dì, de Pascelupo, del Beato giù cadde ’nte ’l dirupo. L’ànnema sua, che ancora me rammento, fu sùbbito rapita via dal Vento, l’ànnema sua, che al corpo stava accanto, presto partita da ’sto loco santo, de la Vergine sta ora sott’al manto. La fine era del millesettecento, quando st’ànnema rubbàta fu dal Vento.347


Nte l’anno milleottocentocinquantotto, de guàjji pieno non comme ’l quarantotto, du’ frati, cocchi mia, camandolesi, de Gubbio a Costaciàro s’èren resi, ché a San Giròllimo èreno attesi, èreno attesi per passa’ la notte e per poi ripartire a la matìna, de Loreto, proprio in vista a la marina. Su la cima giugnendo de quel Monte, che da l’eremo sta sopre, e ’m po’ de fronte, làsceno lo stradello bòno e bello, volando da le sbalze comme ucèllo. Uno mòre, l’altro forte se fa male, che ad arpiàllo vanno co’ le scale, co’ le scale vanno e co’ le corde per salvallo, sigura da la morte. Ataccàto era armàsto, benché grasso, da la rama de ’nno sterpo de tasso. Tutta la notte sta ’mpiccato al ramo, finché du’ metitor sènteno ’l chiamo, sènteno ’l chiamo du’ metitori d’orzo, de Costaciàro venuti a fa’ ’sto sforzo. ’L ventottesimo dì era d’agosto quanno la sbalza se fece comme ’l mosto: questo fu ’l carissimo pedaggio, da lor pagato per gi’ ’n pellegrinaggio. Quello morto, coi trìbboli e coi stenti, tìren fòri co’ jj’ógni e con i denti. Dóppo arportato vène, in più persone, a San Pietro de Gubbio in precisione. Loro te cadder giù comme i gran massi, che più mònnichi feriron, comme sassi. Molti frati fûr feriti e uno ce mòrse, benanche, a perdifiato, via lue corse. ’Sto frate era de l’eremo priore, ora sta ’nte la luce del Signore.348


Villante, ’n giorno, fii, ’na pecorara, co’ ’n lupo strónco t’ataccò cagnara. ’N’agnello lue dal ’l gregge éva arcapàto, e poco manca che ’n se l’êa magnato, quanno ’sta donna, ch’era sul Pezzòlo, fa comme ’l falco e pia l’agnello a volo. Co’ le mano lia te ’l tira davanti, mentre ’l lupo, co’ i denti tutti quanti, te ’l vedi a fa’ quello che fece Pietro, che, gito ’m poco avanti, arvénne ’ndietro. ’Sto pòro lupo armase comme Pietro: davanti co’ ’na mane e l’antra dietro. ’Sta donna coraggiosa arpìa l’agnello e ’nte la stalla l’armétte de L’Oppièllo. ’Sta donna a casa s’arpòrta l’agnello, e, ’n giorno brutto, fa feni’ più bello.349

Tira vento e tramontana, da le donne jje da pena e jje l’alza la sotàna, tira vento e tramontana”. Giù La Fonda, un di’, dei Martinèlli, dove che i venti te fòn tòrge i budelli, quel brutto posto dove che, momènti, te s’àncolleno tutti quanti i venti, ’na donna, del primo Novecento, portata fu guasi via dal vento. ’Sta pòra donna, ch’era de la Villa, giovine secca e non poco arzilla, stretto sul petto portava ’n corpetto, che féa, da jj’òmini, un gran bell’effetto, ma, da la vita in giù, c’éva ’na gonna, gonfia e larga ché l’éa pòrta su’ nonna. Quann’ecco, che, grossa, ’na sventata, da la tramontana, sù, ’nnalzata, jje bócca sotto, bianca, da la sotàna, doventando gran sbòtto de buriàna, jje gonfia sùbbito quel suo gran gonnone, e, ’nn’aria, jje fa fa’ ’l volo de ’l pallone. Urla ’sta donna, che pare ’nna gaggia, benanche fusse benacorta e saggia: ùcca credendo da pati’ le cadute, mèntre la gonna jje fa paracadute. Se posa a terra più lieve de ’nna piuma, mèntre, ridendo, ’l filanzato fuma. Questo sucèsse ad una donna ’sciutta, per gnènte, proprio per gnènte affatto, brutta. Sia stato ’l vero, o pure ’nna patata, se disse che quel vento l’éa ’mprenata. Altri dìcheno, ’nvece, che fu Baldo, quel giovinotto che jje déce ’l salto.350

S’arniva, lia, col fascio su le spalle, dal monte a la volta de la valle. ’L fascio era grosso e anchi ’m bel po’ peso, ma lia sappéva quanto jj’avrìa reso. Per cènde ’l fòco c’ea d’avé la stecca, e, alóra: «Càrcheme bene, anchi si so’ secca!». Ma giù pe’ la discesa de la Foce, ’n fatto je sucède pròpio atroce. Rinfasciata su la testa, e sott’al mento, da tutto questo tristo legamento, ecco che ’l carco je pia via a travènto, che pare fòjja portata via dal vento. S’avùltica, e, ’nfine, lia s’altrova, comme ’n’ucello caduto da la cova. Tutti jj’ossi, o guasi, jje s’èn rotti, ’nvece de le parole, dice i mótti, le bastìgne, ’nvece de le pie parole, jje scàppen de la bocca verso ’l sole. Da la Villa vann’arcòjje i pezzi, de ’sta donna, ’nsieme co’ jj’atrézzi. A La Villa, l’arpòrteno, poretta, col culo a sede sopre ’na carretta, pe’ risconta’ ’sta pena maledetta: per mesi e mesi jje tocca sta ’nte ’l letto, per fa’ artacca’, dî ossi, ’gni pezzetto. Piagne lia tra trìbboli e stènti e mille, mille, mille patimènti. Arguarìta, s’arfa’ la bocca amara: pel fascio arrèccola, comme ’na somara, e, dóppo che l’hanno pure ’ngravidata, ’n c’è modo da vedélla riposata; co’ la trippa gi’ je tocca, a pendolóne, col fascio grosso legato a traginóne.


I.: Le donne di un tempo filavano effettivamente la lana?


D.: Si ’l mistiere de le donne saper vui, t’ho da di’ che propio adène tu ’l mentùi.351 Filaveno col fuso e co’ la rócca352 e dicéveno da una, pòra cocca:Fila, Loreta!353 ’N posso fila’, ché me dòle la déta!”.354


I.: Fra i tanti contadini e pastori che ha lungamente frequentato e profondamente conosciuto ed amato, quali, in particolare, hanno lasciato un’impronta indelebile nella sua mente?


D.: C’è stato Alfrèdo, anzi ce n’ènno due,355 po’ c’è Fiorenzo,356 ch’ho amato pure lue. A tutti quanti jjo scritto ’nna poesia: l’ànnima loro è ormai l’ànnima mia.357


Chillo


Dolce e ridente, in un mattin di maggio,

rivedo ancora il tuo volto di saggio

e, insieme con la luce che si spande,

ecco apparire l’anima tua grande.


Mi fai sedere al tavolo ospitale,

dove ogni cosa appare tale e quale,

tale e quale la lasciasti allora

che un male oscuro ti strinse la gola.


Ma quella voce, che ascoltai bambino,

mi parla ancora, mentre tu versi il vino.

E ritorniamo a dir della Natura

e dei segreti d’ogni sua creatura.


Di nuovo iol’allievo col Maestro

che mi fa uscir dal mio cammin maldestro,

che mi parla di esseri e di cose,

di frutti, fiori, di canine rose.


Dell’uomo, i suoi tormenti e la sua gioia...

... donne antiche che portan la corójja...

... d’ore liete trascorse nel tuo maggio,

sotto l’ombra d’un albero selvaggio.


E ci piace riandar con la memoria

a vite senza voce nella storia.

Dei tuoi luoghi d’infanzia apprendo i nomi,

degli alberi i segreti e dei lor pomi.



Mi culla il suon della tua voce vera

e non mi accorgo che si è fatta sera.

Triste dal ramo quel solitario chiù

par che mi dica: “Non lo vedrai mai più”.


Ci salutiam sul ciglio della porta

e il tuo sorriso al mio cammino è scorta,

da casa mi saluti con la mano,

finché ti vedo scomparir, lontano.


Addio, grande amico della vita,

te ne sei andato, ma non è finita:

spero ti accolga nuova primavera

in quel paese in cui non si fa sera.


Ti voglio ancora ricordar com’eri

quando ci siamo salutati ieri.

Eri la terra a lavorar provetto,

abile falegname, anzi perfetto.


E del tuo nome resterà, lo credo,

eterna la memoria, o caro Alfrèdo,

perché mai sulla terra nulla muore

di una vita vissuta con il cuore.


E voglio ancora richiamarti come...

... tutti lo conoscevano il tuo nome.

Un nome sol risuona come squillo,

quel nome tanto amato è solo... Chillo.














Alfrèdo


Quando il passato mio più bello vedo,

è solo te che ho in mente, o caro Alfrèdo.

A Cantalupo, vivesti da bambino,

col grande cacciatore, “’l zi’ Angelino”.

Andato a lavorare su ’L Poggétto…

uomo ti rivelasti, tu, perfetto.

Poi su La Fossa andasti ad abitare

e molti anni ci dovesti stare.

Ad una fonte a prender l’acqua andavi…

a quella fonte bisogna che mi lavi.

Poi alla Villa ti sei infine trasferito,

vicino alla mia casa stabilito.

E il tuo lavoro con coraggio hai mantenuto…

per tutto il tempo che io ti ho conosciuto.

Con la tua “Checca” hai fatto otto figli,

tutti diritti e belli come gigli.

Da te, mio grande vecchio,

io ho sempre “preso specchio”.

D’ogni pianta sapiente potatore;

della montagna gran conoscitore;

di tutte l’erbe provetto falciatore;

d’ogni terra forte coltivatore.

Del Monte e dei suoi boschi,

tu tutti quanti conoscevi i posti,

e chi me li insegnò proprio tu fosti.

Dei “salci” miei, i rami hai tu potato,

come due mani che a lungo hanno pregato.

Sun” Sèrra, col “pòro Gigione”,

una capanna un giorno avevi fatto,

che solo il tempo e il vento han poi disfatto.

Come potevo, ti salivo a trovare:

nella capanna, tu mi facevi entrare

e come un re mi ci facevi stare.

T’addormentavi su la “rapazzòla”,

e, intanto, come il vento, il tempo vola.

Ed ecco, il male, le gambe ti ha fiaccate,

ma nel mio cuore non si son mai stancate.

Per il Cucco ti vedo ancora camminare,

da giovanotto, col tuo spedito andare.

E mi par proprio, no, ti vedo stamattina,

col “pòr Ceccóne” in quella “buga, co’ la strina”,

dove caduto mi dicevi fósse,

perché la neve “tuppava” anche le fòsse.

Al Convento dei frati tu sei stato

per radunar le capre, giù al Beato.

Nella lor chiesa c’era un ciel di stelle,

d’azzurro pitturate, chiare e belle.

Tu mi hai insegnato più d’ogni professore:

ed è perciò che ti terrò sempre nel cuore.

Giù Le Guardàte o giù ppe’ Le Pasture”,

tu avevi sempre delle pecore le cure.

Con te, laggiù, io ho a lungo chiacchierato,

e, da ragazzo, uom son diventato.

Se ti guardavo, io, vedevo il sole,

che scaturiva dal centro del tuo cuore.

Da te potati, i “salci” mi sembravano…

due verdi mani che verso Dio pregavano.

Se un giorno tu con me più non sarai,

io, te lo giuro, non ti scorderò mai.

E del tuo nome resterà, lo credo,

eterna la memoria, o caro Alfrèdo.

Ma ben più forte sarà il mio sentimento,

di gratitudine per ogni insegnamento.

Sempre sincero e limpido sei stato,

tu, della vita, il più bel fiore sbocciato,

come sincero e limpido è il tuo vino,

così sei tu, maestro… “Martelìno”.






Fiorenzo


Tempo era che il Cucco si veste di neve

e la sua vetta brilla,

dolce, di brina

che ride e che sfavilla…

schiacciato sei restato

fra le polverose pagine del libro della vita,

d’improvviso, su te il libro si è chiuso,

d’improvviso, ti ha carpito il fato,

d’improvviso, strappato al nostro affetto di figli e di fratelli,

quando ancora dispiegherai i colorati petali al sorridente astro?

quando ancora fremerai alle vivaci brezze della stagion più bella?

quanto ancora giacerai, rigido e freddo, nella tua pallida tomba di carta?

Nel fulgore suo infinito,

presto,

il sole ti ha rapito.

Ma l’anima tua grande,

ascesa

ad alte sfere,

nel mio ricordo è bella.

Anima salva,

del mio giorno alba;

anima cara,

del mio volo ala.

Aquila librata,

vasta,

di luce sopra una vallata,

di rondini sfera,

promessa di primavera,

calma e dolce come sera,

che l’anima mia spera,

pulviscolo di stelle,

rugiada sulla pelle.

Rosa di neve,

dischiuditi al calore

del nostro eterno e sempre nuovo amore!

dispiega ancora i colorati petali al sorridente astro!

fremi di nuovo, anima bella, alle vivaci brezze della stagion novella!

Mai più tu giacerai, stanne sicuro, nella tua pallida tomba di carta.

Quando al passato mio più bello penso,

è solo te che ho in mente, o buon Fiorenzo:

della montagna gran conoscitore

d’ogni animale provetto cacciatore.

Del Monte intero conoscevi i posti,

e chi me li insegnò, proprio tu fosti.

D’ascoltarti non mi son mai stancato,

e, da te, moltissimo ho imparato.

Dalla tua Agnese avesti quattro figli:

tutti belli ed onesti come gigli;

ad Agnese dedicasti una poesia,

teneri versi, di grande nostalgia.

D’estate fosse, oppure d’inverno,

di tutti e ognuno amico eri fraterno.

Con sguardo aperto, e con sincero viso, a tutti regalavi

il tuo sorriso.

A Pascelupo eri la vera gloria,

di Pascelupo sei entrato nella storia.

Per te, ora, tutto ha un senso,

maestro mio,…Fiorenzo.


I.: Lei che ama così profondamente le montagne, prova, per caso, altrettanta attrazione anche per i corsi d’acqua che scaturiscono da esse?


D.: Sopre358 i fiumi ci ho scritto ’na poesia, sun359 tutti quelli de quest’Umbria mia:


«Mio padre è il Chiascio, mia madre il Tevere: per tutta la vita li ho osservati unirsi con fatica e mischiare le loro acque, chiare e scure, ed uscire estenuati dalla lotta, come guerrieri che cadano entrambi stremati, senza vinto né vincitore».


Fiumi

L sangue mio è comme ’na fiumana che ’n tutto quanto ’l corpo, greve, me se sdopàna:360

n fiume do’361 se bùtteno362

numerosi affluenti,

dai nomi ribollenti,

vergati certo ’nte l’Età de l’Oro,

che me fanno pensa’,

de le fluviali ninfe, al concistoro.

Quel fiume che, lagiù, se sloga piano

da li mitichi tempi del dio Giano,

comme ’na grossa biscia ’vuticchiàta,363

a sdopanàsse364 giù pe’ la vallata.

Sentite che poesia!

De zompi e de cascate ch’armonia!

L Teverone,

che ’n mènte me fa venì

na mitica alluvione;

l Velino,

che nasce dal petroso

còre de l’Appennino;

e la Saónda,

che, de Gubbio,

drent’a la valle afónda;365

l Nera,

che m’arcorda

na riccioluta chimera;

e l’esile Clitunno,

da le piogge abottàto366 de l’autunno;

stracolmo, comme ’nn’ òtre,

dà fòri367, là, ’l Menòtre;

e ’l Pùjja,368

che càlla369 giù giù giù da li Martani,…

nomi arcaichi, strani…

e ’l Topino,

che tutti a arcordàmmeli370 sto fino!

L Pàjja,371

che, riflesso dal sole,

la vista m’abbarbàjja;372

l Vetórno,

ch’arsenti’ ’sto nome,

alle ràdiche mia, felice, artórno;373

l Téscio,

che la fonda sua valle

tesse al dritto e al rovescio;374

e, infine, ’l Tèbbro,375

ch’ebbro de luce se fa ’na pennichella

sott’a ’na vèrde ombrella,376

ninnato377 dal canto de ’na lavandara,

che sciacqua le mutande e le lenzola

drent’ai gorghi de ’na gran fiumara.

Do’ ’sto fiume scorre presso Ameria

capitò ’na cosa ’m bel po’ seria:

qui ’l martirio ce fece San Secondo,

Romano milite, giovine, giocondo;

p’ave’ del mondo i mali ’bracciato

dai compagni ’nte l’aqua fu ’fogato.378

L’etrusco e l’umbro sangue s’aridesta,379

d’iridescenti schiume ’nte ’na festa!

Fiumi de casa mia, mamma che nostalgia!

Vorrei trovàmme là, ’nte ’l solióne,380

drent’a le vèrdi canne de l’Aróne,

a risciacqua’ de panni ’na gran secchia,

cullato dal ronzare de ’na pécchia.381

E ’l Chiascio, do’ Rufino

mòrse da santo fino.382

Tòttila, re, ce venne setoràto,383

Sant’Ercolano, dóppo ave’ ’mazzato.384

Dio, non risisto385 più,

sì ché le ralche mia386

afóndeno387 lassù,

nte la valle del Chiascio solatìa,

vèrdi lavacri de la terra mia!


I.: Come ha vissuto questo ultimo, distruttivo terremoto, che tanto duramente ha colpito l’Umbria con le Marche? È vero, come si racconta, che la grotta di Monte Cucco farebbe “sfogare” al suo interno tutte le onde sismiche che l’attraversano?


D.: Da me ’l tremòto non me fa trema’, e ’na poesia ci ho volsùto388 fa’:



Balenèllo


«Quanno passa Balenèllo389

tutti còjje sul più bello:

chi a gavallo de la mójje,

chi ’nte ’l letto co’ le dòjje,

chi ’nte ’l sonno suo beato,

chi a ’na troia ’ngavinato.390

Tutti chiappa questa lenza391

e fa comme la sbalènza:392

mpo’ te sgrulla e mpo te rulla,

parghi ’n fìjjo su la culla,

po’ te sdrìngola393 e te ninna, 394

comme ’n fiétto la sua zinna,395

comme ’n fiòlo la sua nénna,396

comme ucello su l’antenna.

Sgrullarello è traditore:

Lue te passa a tutte l’ore;

non t’avisa, non t’avèrte,

pare ’n fio che se dovèrte.397

Po’, ’nte ’l mentre che t’acòrghi,398

è bell’ora che tu mòrghi.399

Ma, quanno passa de notte,

fa le case tutte rotte:

quale crepa, quale pacca,

poche son che non l’antacca.

Ora vèrtica,400 ora arbalta,

or baléna401 ed ora salta.

Na passata e ’n gran trimóre402

che te gela pure ’l còre.

Pe’ le scale, a scapicollo,

te rompi l’osso del collo;

de la casa poi scappato,403

rischi d’essere acoppato:

una polvere e ’n gran chiòppo:404

su la testa eccote ’n coppo.

Si qualcuno po’ tentenna

n mezzo armàne a ’na gran zénna.405

E, vedendo quel c’ ha fatto,

ecco - dice- : “So’ del gatto”.406

Do’ ’n ce dà407 è perché ci ha dato,

tutto ’l mondo ha sdringolàto.

Quanno ariva coi suoi mali

l’ sanno solo jj’ animali:

baia ’l cane, l’oca strilla

zompa ’l pescio co’ l’anguilla.

De le volte, comme ’l lupo,

lancia pure ’nn urlo cupo.408

Tante volte manda ’n sòno,

peggio più del peggio trono.409

Si de trono ci ha la voce

quel che porta è assai più atroce:

mazza, ciacca, spacca, pista,

fa de danni lunga lista.

Ma nialtri c’em La Buga410

ch’ogni terremoto sfuga:

più lue vène con gran foga

più drent’a la buga sfoga.

E’ del Cucco la gran panza

na cassa de risonanza.

Dóppo ch’è passato lue

n mugghia411 più nemmanco ’l bue.

Si la terra grulla bene,

je s’arsènteno le vene412

e ’na fonte, ch’era ’sciùtta,

un gran getto d’acqua butta.

Quanno credi ch’è passato

lue t’ha già birondolato:413

ché t’ artorna sempre forte,

puntual comme la morte;

da nisciuno guarda ’n faccia,

lue ch’è ’na brutta bestiaccia.

Si te dondola ben bene,

te le fa trema’, le vene.

Po’’ nte ’l mentre che te grulla

lue te porta ’n cavanciulla414

comme ’n frego a ’na fanciulla

comme ’l vento a ’na betulla…

ma già tutto te sgaùlla.415

Basta solo ’na passata

e la casa è spasuràta.416

Po’, si armànghi a spendolùce,417

comme ’n matto te fa ardùce;418

e si resti spesolàto,419

parghi ’n pòro disgraziato.

Cólco420 armàsto, o in corpacione,421

parghi pure ’n gran cojjóne.

Anchi su le cèrque còjje422

e ce fa veni’ le dòjje.

Io pio ’l mondo comme vène:

si me grulla, me sta bene,

non me lagno, non me dolgo

e si vène Balenèllo,

anche si me vol fa’ bello,423

io da lue non me ribello

pur si bócco424 ’nte ’l lavello.425

Non me fa nisciun dispetto,

pure si stiro ’l cianchétto.426

Quel ch’ha da ’ni’ nisciuno ’l sa:

alóra, comme se pòl fa’?

Solo ’n soffio è questa vita…

na sguardata427 ed è sparita;

…’na finestra è questa vita:

n’afacciata, ed è finita!…».

Salvo, poi, ad arcomincia’,428

cocchi mia, ’nte l’Aldilà.



D.: Ma adesso che me ’l dite, io m’arcordo, de ’n pòro pecoraro armàsto morto. L’ànnema429 sua ancora me compare e, al’ improviso, atacca a chiacchierare:

Manno ’mazzato sul Ponte Leone, pe’ ’na penna d’ucello grifone”.


I.: Non avrebbe, per caso, da narrarmi ancora qualche altra storia popolare o poesia su antichi ed efferati fatti di sangue?


D.: D’arcontàvve430 ci ho solo ’sta poesia, che ’mparàta431 me l’ha la matre432 mia:

La triste storia di ser Vanni


«Fu sopra il Monte de Santa Maria

ch’avvenne, gente, questa storia ria.433

Baldo de messer Armanno

fu l’autore d’un inganno,

ma di morte, la vivanda,

gliela diêr434 quei de Ghirlanda.435

Di buon mattin da Costaciàr436 partîro,437

a ser Vanni 438per infliggere un martìro.439

Di cacciar, fingendo, allo sparviero440

invitar si fêro441 al suo maniero,

e, aspettando di fare colazione,

il castello tolsero al padrone,

la vita, poi, strappando al castellano,

financo il Monte442 gli tolsero di mano.

E, in mezzo a un balenìo di tuoni e lampi,

ingordi, sangue, tracannâro i campi».443



De Costaciàro, ’nte ’n palazzo antico, la mójje c’aloggiò de Federico, che per Urbino fu ’l più grande Duca, ché, ’ncóra ògge, ce beve e ce mandùca. Batista se nomava, ’Tista, Sforza, ’na Dama ’nteligènte e pien de forza. Quanno passava, Lia, per Costaciàro, per dimostrà quanto ’l tenéa caro, se riposava ’nte ’sto palazzo antico, ch’arcostruì l’éa fatto su’ marito. Tanto era benvolsùta ’sta Signora, da molti detta “d’Urbin La Monsignora”, ma pî Costaciaròli Bonsignora, che La benedicéveno ad ognora. Da ’na finestra Éssa s’afacciàva e ’l popol tutto, Lia, te salutava. L’ànnima Sua continua ad albergare drent’a le stanze che vòlse abitare. Drent’al “Palazzo Ducal” de Costaciàro, certe sere ancór se vede ’n chiaro: è, bòn, lo spirto che schiara, de Quista, le sale docché soggiornò Batista. Si m’hai capito, mo’, sai che, ad ogni ora, qui vola l’ànnima de la Bonsignora.444 De Costaciàro, Ducale, ’nte ’l Palazzo, d’Urbino, i Duchi godéveno ’l sollàzzo. De Costaciàro, Ducale, ’nte ’l Palagio, d’Urbino, i Duchi, stéveno a bell’agio.




C’era la guerra tra Perugia e Gubbio445 e tutti i Sigillani, senza dubbio, s’èren schierati pe’ ’l Grifo rampante, mentre che Costaciàro, pe’ le stòle, de sant’Ubaldo guerreggiare vòle; dei cinque monti, ’l lato più ’ndifeso, tutto lue fa perché non venga preso, dei cinque colli ’sto canto vòl difende, facendo i Sigillani tutti arrènde. Alóra d’anventa’ pensa ’nn ordégno: ’n grande cacafòco, ma de legno. Giù ppe’ la fonda del Fosso del Cupo, se va a tajja’, matriàle, ’n gran sambugo, col quale fa’ drent’a Segillo ’n bugo. Se tàjja ’sto modello, e, ’n più persone, lo se trasforma in supercannone. Dato ch’al posto de l’ànnima ci ha ’n bugio, lo se tramuta, orrendo, in archibugio. Se mette drento, de polvere, ’na balla, de pietra de la Fossa ’na gran palla. Se piazza ’l fusto da cima ’l Trióne, in ottima, dominante posizione, puntato de Segillo in direzione. Col fòco del ’l lucìgno, po’, s’apìccia, la polvere, per mezzo de la miccia. Tutti se scànseno pe’ ’n senti’ la bbòtta, che farà i Sigillani fuggi’ in rotta. Tanto è grossa la bbòtta che se sente… trema’ ’l paese con tutta la gente. Chi ’fiaràto chi morto ce s’altrova, ma, fiero, a parla’ uno te prova: «Cocchi mia, c’è gita ’m bel po’ bòna: si ’sto sconquasso ha fatto qui l’ordégno, de Segillo ’n ce sarà più manco ’l segno, si ’sto ravastìo ha fatto dettoquì, certo, giù ’n Segillo, avrà fatto a puli’!».446 Jj’esploratori, spediti a conta’ i danni, del viaggio poco pàteno jj’affanni, ché su la prima casa de Segillo, sènteno nn alto, abominévol strillo, «cinque, sei», se sente a leva’ nn ucco, che fa trema’ le balze al Monte Cucco. «Si cinque o sei èn già morti toquìne, drento Segillo avrà fatt’a pulìne!… Alora a Costaciàr presto tornamo, e, bòna, questa nova presto damo». ’Visati de sta bonissima novella, Costaciàro per poco nno sbarèlla, ma presto, per Sodoma e Gomorra, s’arsa’ che Segillo gioca morra, e, nn avèndoce avuto manco ’n morto, Segillo de gnènte s’è nicòrto. Per alarga’ la signoria dei duchi, Costaciàro ricorse da i sambuchi. 447

Era ’l millecinquecetottantadue e ’sto fatto ’l ventisei de marzo fue, quanno l’Università de Costaciàro, tutta ’nguastìta, e ’ndiàntenìta ’n mondo, scrive dal Duca Checco Maria Secondo: «Del Vescovo, ’l nepote de Nocera, d’Accoromboni drent’a l’Isola era, co’ ’na banda d’amichi e de briganti, cacciando comme matti e lestofanti. ’Nte ’sta riserva, dóppo ave’ sparato, ’l Sindico e i gualdari ha modestato, l’ha modestati, se sa, senza alcun dubbio, ’l Locotenente de la città de Gubbio. ’L Locotenente, con grande disappunto, per “malleficio” li punisce “presunto”. De Gubbio, ppo’, ’nte ’n casa Accoromboni, pare che piove coi lampi e con i tròni: «Da ’sto ’mpestato nepote d’Eccellenza, paga’ farìmo, cara, l’invadenza, da lue, ’nsieme con tutti quanti èn stati, noialtri cambiarìmo i connotati!».448



I.: Quali altri episodi cruenti può narrarmi, dei quali si resero protagonisti i Costacciaroli?


D.: Era l’inizio del milleseicento, quando ch’avénne ’sto scontro violento. Francesco Maria, Duca Secondo,449 credèndose patrón de tutto ’l mondo, vòlse accampa’ ’n diritto su ’sto monte, che solo ci ebbe ’n suo antenato conte.450 Alóra manda ’n bon gruppo de guardiani, co’ l’archibugio tutti su le mani, cercando da ’mpedi’, che òmo avaro, che ’l monte fusse più de Costaciàro. Ma i Costaciaròli de ’na volta, ’nte du’ menuti scendeno ’n rivolta; ecco, li vedo, s’arduneno, pian piano, belli ’nguastiti e coi bastoni in mano. “Si én da mori’, ben sarìmo morti, vendicando, col sangue, tanti torti”. Spiccando ’l volo, èsteli sul Cucco, docché se sente, unico, ’n grand’ucco. Tutti i guardiani bastoneno, ben bene, uno ad uno moràndojje le vene.’Sti òmini forti, i guardian del Duca, métteno ’n rotta, e, presto, ’n fretta e ’n fuga. ’Pena ’visato, Checco de la Rovere, eccolo a Costaciàr sùbbito piovere. Vòle fa’ lu’ ’n processo dove i soli, gastigati saròn Costaciaròli. Ma, più Costaciaròli, d’api comme ’n favo, vóleno dritti verso Urbano Ottavo. ’L Papa capisce chi è l’usurpatore e dî Costaciaròli è ’l salvatore: “Ènno ’sti mostri che v’honno levato, quello ch’è vostro e ve séte meritato. Bene ascoltate, e armarréte de stucco: sempre vostro sarà ’sto Monte Cucco, e, chi ’n ce crede, la testa io jje stucco. “Ma, commme che la prescia ’n vòl la fuga”, drent’a ’na buga te cade pure ’l duca, col suo cavallo, e col cappel de feltro, l’ultimo a vive de quei de Montefeltro.451 Per fa’ spari’ d’Urbino i gran patróni, Costaciàro ricorse da i bastoni.452


I.: Vi è una festa popolare, tradizione o rituale ora scomparsi, che ricorda con particolare nostalgia?


D.: Mentre d’autunno ogni pianta se spòjja,“vòjja o’n vòjja, maggio vòl la fòjja”.453 Villanti, i fréghi, ’l séddici de maggio, a Ubaldo Santo féveno ’n omaggio, de la Villa, i freghétti, per di’ ’l vero, la festa, ogn’anno, féveno del Céro, ch’era uno, piccolo e de legno, ma de Gubbio simil nel disegno. Era ’n cerino fatto ’m bel po’ bello, ché da piedi c’éva ’n portarèllo. Le forme de ’sto Cero èreno strambe, ché, sotto, ’l portarèllo, ci éa le gambe. Quattro paletti, comme ’na capanna, formaveno ’l telaro da ’na balla, tutta ’nvernigiata, verde e gialla, bella ’m bel po’ era pure ’sta balla, verde e gialla tutta colorata, e, sotto, de calcìna ’mbujjaccàta. Da cima ’l Céro stéva, ’m bel po’ saldo, ’n pupazzo arsomijjànte a Sant’Ubaldo. Du’ freghi avrìsci, ppo’, poduto véde, col Cér cantando, “Il lume de la Fede”, de gioventù, alegra ’na riunione, su ’n Rànchena, che giva ’n precisione, de gioventù, alègra, n’ardunata, con cesto d’òvi contenta fa’ giornata. Co’ ’sti òvi, poi, ce féveno ’na cena, de la miseria scordandose ogni pena.454

De San Giovanne, drento de ’nna tazza, i vecchi nostri mettéveno la guàzza, ch’era, de fiori, ’na specie de tisana, fòri lasciati tutta la notte sana, ch’era de fiori, messi a móllo, fatta, e, la matìna, sùbbito, ritràtta. Acqua pareva tratta da le rose, con che podévi fàcce tante cose. Acqua pareva, piovuta giù dal cielo, ’nuta a protègge, come dal sole, un velo. Acqua pareva, davéro, tutta santa, ch’ogni vita arguarìva tutta quanta. Si, ppo’, qualcuno la faccia ce lavava, parécchio mèjjo, parécchio mèjjo stava. ’L prefumo suo, sempre, jje conferìva, anchi si ’nvèlle, anchi si ’nvèlle ’n giva. L’acqua pareva con che San Giovanni levò da l’òmo jj’originali danni, l’acqua pareva con che, ’nte ’L Giordano, batisò Cristo de sua propia mano.455 L’acqua pareva con che San Giovanni ’nte l’acqua, Cristo, ficcò con tutti i panni.456


I.: Vi è, per caso, in uno dei tanti paesi di questa negletta ed abbandonata regione appenninica qualche divinità cristiana che goda di una speciale venerazione?


D.: Tanto a la Schiggia se venera Maria, che de Madonne ce n’è ’nna ravastìa: quella de le Grazie a Valsarnìa, Maria, la ’Sunta, c’è su ’n Campetèlla, quella de ’l Càrmine sta da piedi al Fiume, ’n’antra Santa Maria stéva sul Monte, a Valdorbìa c’è la Loretana, n’antra ’Sunta se venera la ’n Sìtria, una Addolorata sul Calvario, del Trebbio ’n’antra drento de La Schiggia, la settembrina è patrona scheggina, quella de la Neve a Belvedere, del Bòn Consìjjo a Ponte Calcara.457


I.: Ritiene forse possibile che qualche suo simile possa essere sopravvissuto, e, miracolosamente scampato alle persecuzioni degli uomini, viva ora, come lei, in queste desolate solitudini?


D.: “Tutto è possibile, forché l’òmo gravido!…” Quanno che mòre questo corpo mio, ’l giorno e l’ora li sa solo Dio. Sott’a ’sta terra, de cento sapori,458 ’n essere dormirà senza delóri, voi che passate, armarréte de stucco: ’l Diàntene sarà de Monte Cucco.459

Qui giace, riposando, ’l gran villano,460 Vital d’Angelo detto de Chignano”. Vital d’Angelo, de Michele fiòlo, che, quanno mòrse, ci ebbe ’n pensière solo: da rigalare case, terre e greggia da tutto quanto ’l popolo de Scheggia. ’L volere suo sta drent’a ’n testamento, Schigi notaro rogò quel documento. ’Na terza parte déce da lo ’spedale, perché la gente più ’n patisse ’l male, quel’altre due dal sindico le dette: l’opere sue so’ state bedenette.461 Sto’òmo, ’n vita, fu solo ’n fatóre, mòrse, però, da gran benefatóre.462


I.: Per quale ragione, nonostante tutto il bene che voi avete fatto agli uomini, questi ultimi non si sono mostrati minimamente riconoscenti nei vostri confronti, ma, anzi, vi hanno così ingiustamente perseguitati?


D.: “Comme fai, comme non fai, sempre drent’a ’n fosso sai!”. “Chi d’abeto, e chi de noce, ciascheduno c’ha ’nna croce!”.463De quel che ci hai, gnènte non t’amànca”,464 ma, dàjje dàjje,465 perfino l’oro stanca. “Si, quann’è tempo, l’òmo non moriva, de campa’ più senz’altro ’gne ne giva”.466

Comme fai sempre ’n pezzo te n’amànca”467 e tanti culi armànghen468 senza panca: “C’era ’na volta uno che c’éva ’l banco469 e ’n c’éva ’l culo, C’era ’na volta ’n antro che c’éva ’l culo e ’n c’éva ’l banco”.470

Puletti Salvatore, hai vòjja a lavora’, ché tanto l’acqua, furiosamente, pe’ ’l vecchio fosso va!, Puletti Salvatore, hai vòjja a lavora’, ché tanto l’acqua, dove tu vòi, non te ce vòle anda’!.471


I.: Continuerà ancora a vivere accordato al lento ritmo delle stagioni o si farà, perfino lei, prendere da quella frenesia che stritola gli uomini in un folle ingranaggio, che loro stessi contribuiscono continuamente a lubrificare?


D.: “’L bòvo lento ’n perde ’l passo”.472

Perché vo’, ’n giorno, toquìne artornate, ’sta storia, bene bene, mo’, ’scoltate!



La storia de ’n fiòlo scervelàto


N’òmo c’éva du’ fii. Quello giovine, ’n giorno, jj’ha fatto: «O, ba’, dàteme, ’m po’, la ròbba che tòcca da me. Alóra, ’l patre, spartì la ròbba sua tra i du’ fii. Dóppo ’m pezzetto, arcutinàto quel che c’éva, ’l fio più giovine gède via de casa. ’Nte ’l paese, docché s’era fermato per aloggia’, campava commo ’n signore, e, a la fen fine, da lu’, gn’armàse più manco ’n quadrino ’nte le sacòcce. E, dóppo che ’n c’èva più ’n cavolo, arivò anchi ’na gran brùscia, e, lu’, alóra, t’ataccò a patì anchi la fame. Alóra je toccò gi’ per garzone da uno de quelli che stéveno tolà. Amo’, per tira’ avanti, gède a para’ i maiali a ghianda, del più ricco del paese, e c’éva tanta fame ch’averìa magnato anchi la ghiande, ma ’gne la déva nisciuno; ’ntanto arpensava da i servi del patre, che podéveno magna’ e beve, mentre che lue crepava de fame. Alóra, pensò d’argìsse a casa e de di’ dal patre: «O, ba’, so’ stato tristo con vo’ e col Patreterno, e ’n c’ho più còre da chiamàmme fio vostro, ma arpiàteme l’istesso drent’a casa vostra, magàra comme ’n garzone». E, ’nte ’n mezz’a ’sti pentimènti, ambiffò la strada de casa. ’L patre, comme che ’l vidde artorna’ de lógne, jje gède ’ncóntra e jje fece ’na gran scacciavillata, l’abbracciò e jje diede bacio. E, alóra, ’sto pòr fio, j’arispose: «O, ba’, so’ stato catìo con vo’ e col Patreterno, e ’n c’ho più còre da chiamàmme fio vostro, ma arpiàteme uguale ’nte ’n casa, magàra per garzone vostro». Alóra, ’l patre, ha ditto da i servi sua: «Portàtejje la muta bòna e mettétejjela, mittétejje anchi l’anello dal déto e le scarpe nòve da i pièdi, e, ppo’, piàte ’n vitello bell’e grosso, e scannàtelo, e magnamo e famo festa, perché ’sto fio mio era morto, e, ade’, s’è rinvistato, l’éo fatto perso, e,’nvece, l’ho altrovato.

Alóra, t’ataccòrno a fa’ gran festa da ’sto frégo, che, prima, s’era ’nciornachìto, ma, dóppo, t’éva armésso giudizio. Però, ’l fio più grosso, ch’era gito là ppi’ campi a fatiga’, mentre che s’arnìva, sente a sona’ e a balla’. Alóra, dóppo, ch’éva dato ’n chiamo da ’n servo, jje disse: «Que sucède tutto ’sto rimóre? È arnuto fratèlleto, e bàbbeto jja fatto ’mazza’ ’l vitello più grasso, perché ’sto fiòlo è artornato salvo e fischiardo». Alóra, ’l fio più grosso s’è tutto ’nguastìto e nn’éva manco più vòjja da bocca’ ’nte ’n casa, e, dal patre, che, ’nte ’n quel mèntre, era scappato fòri per fallo entra’, jja ’taccato a di’: «O, ba’ è da quel di’ che sto con vo’ e v’ho dato sempre retta, e, da vo’, ci ho preso sempre specchio, e, vo’, per contracàmbio, ’n m’éte dato mai manco ’n capretto téndero per magnàmmelo co’ jj’amichi mia, e, amo’, che v’è artornato ’sto scervelàto de mi’ fratello, che ve s’ha magnato tutto co’ le belinciàne, jje ce ’mazzate sopre anchi la bestia più bella». E ’l patre, dal fio: «Fiòlo mio, te, sai armasto sempre con me, e tutto quel che c’ho è ròbba tua, ma, adène, tòcca sta’ alègri e èsse contenti, perché è arnuto fratèlleto, che l’éo fatto morto, e, ppo’, s’è rinvivito, che l’éo fatto perso, e, ppo’, m’è arcapitato.473


I.: Cosa pensa delle sindromi del lotto, delle lotterie e della lottomatica, che pare abbiano recentememente contagiato anche gli uomini più saggi ed avveduti?


D.: “Chi gioca al lotto, e spera de vénci, scappa dî stracci ed entra ’nti cénci!”. Da già, la gente, era mattemàtica, figùrte, ade’, che fa la lottomatica. Per manda’ giù la vita senza arlòtto, mai non toccarìa da dàsse al lotto. La vita, su ’sta terra, è già ’na lotta, e c’è chi armàne secco su la botta, ma, ppo’, quello che vòle gioca’ al lotto, perde i guadàmbi sua tutti de ’n bòtto; tanto se gonfia, per gratta’ ’l rosùme, finché ’n te crepa, ciambòtto pien de fume.474



L’uomo e il Diàntene si accomiatano. Lo Spirito della Montagna, tuttavia, prima di lasciarlo definitivamente, gli dà utili consigli su come impiegare le informazioni raccolte, lo porta in cima al Monte e gli svela alcuni segreti della Natura, scomparendo, poi, per sempre, nel mistero da cui era emerso


I.: Signor Diàntene sta arrivando un grosso temporale, di cui già sento cadere le prime gocce: non correrò forse dei rischi a tornarmene a casa attraverso l’acquitrino del Passo de la Porràia,475 come quello di sprofondare nella terra fangosa o di essere colpito da un fulmine? Come posso evitare tali rischi?


D.: “Sant’Anna, Bàrbera e ’Lisabetta, 476 salvàtece da fùlmeni e saetta!”. “Sant’Ubaldo, si al’improvìso slàmpena, fa’ che piove senza tròni e gràndena, che senza troni piova e senza lampi e che l’òmo da brutta morte scampi!”.477 Del caldaro, ’l pesante catenaccio, butta sull’ara, comme si fosse straccio!478 La terra anchi dal fulmine l’arègge: vòi che ’n te tène dei cristiani ’l gregge? Fìcchete sùbbito sott’a ’nno spino grosso, ché ’l fulmine ’n te pòle cade adòsso!479 Tre ssegni de la croce su la fronte, quanno ogni lampo te vedderai di fronte.480 Po’, questa lampa, tène su le mano: si te se spigne, vól di’ che sai lontano, si te se smòrcia con ciàmo de lute, le pene tua te l’averai volute; sinnò, col lume fiacco de le stèlle, tu, cocco mio, non pòssi gìcce ’nvèlle. ’Sta lampa vecchia se chiama cendilèna, t’aiutarà a camina’ con lèna, ’sta lampa racchia fa lume col carburo: è ’n lume chiaro, che fa spari’ lo scuro. Ce gìvon, setoràti, i minatori, i spiòlichi, i ladri de tesori…481 Si la notte te còjje, tutt’a ’n tratto, da l’Ostaria fèrmete de ’l Gatto, ch’a Costaciàro sta sopre ’L Trióne, e ch’a ’loggiato ’n mucchio de persone; prima che entri, vedderai tu ’n gatto, de pietra lavorata tutto fatto, sotto de lue, ch’apòggia sopre ’n tronco, ’n pensiere leggerai, che pare monco; che sia ’l sole, o ’l nuvolo, o che piova, a ben capìllo ognun che passa prova: “Io so’ ’l gatto e l’ostello se ne giova”.482


I.: Ha memoria di qualche uomo, animale od albero che rimasero folgorati dal fulmine?


D.: ’N’òmo che su I Spacchi l’acqua l’éa chiappato, pe’ ’nna saetta ci armase fulminato. Docché ’l fulmine la vita jja stroncato, de legno ’na croce ci éveno piantato. De ’sta croce, ch’era ’na volta secca, sana, trova’ nne pòi manco ’na stecca. “La terra anchi dal fulmine l’arègge”: ma ’tisto t’afiarò ben più de ’n gregge. Del monte tante vacche su la roccia, giù ’n Casalvènto, la cavalla del Bòccia, ’na cerqua de Ruggier ’nte La Macchietta, su ’n Pian de’ Porci tutta la campetta. Ma più de tutti, ’l fulmine ci ha dato, ’nte ’n posto “La Fulminàra” nominato, che de Varràchena sta ’nte la bugàta, do’ tanti faggi hon preso la fiaràta. Dìcheno che toquì ’l ferro ce sia, ché tutti i fulmini se tène per lia.483

I.: Vi è qualche luogo dal quale le tempeste si scatenano con maggior virulenza?


D.: Quanno che tròna, forte, su Le Fagge, senti’ ’n se pòle canta’ manco le gàgge, senti’ non pòssi lo stragina’ de trégge, e, manco ’n bèlo, levàsse da ’n grègge. ’L lampo fa giorno, giù le scure Piagge, che, solàte, pàrgheno le spiagge; fa, de fulmine, ’ni rama, du’ crepégge; su la terra, che da lue sempre l’arègge. ’N fùlmino cade da cima ’L Nofégge, fa, de ’n faggio, mijàri de schegge, ’nvéce de ’n chiòppo, se sènten du’ saràcche, de ’na golana fa, ’l fulmine, du’ pacche; de una sola, fa, ’n fulmine, du fagge: pî muratori èn pronte già le stagge.484

De quel che so, io v’ho ditto tutto … mo’ vò a magna’ du’ fette de presciutto. Du’ fette rodo co’ ’n morso de pane, e, quel ch’armàne, lo lascio dal cane. Io ve saluto e ve dico addio, mo’ che partite da ’sto Monte mio. Quann’arsaréte ’nte ’l mondo de la boria, da tutti arcontàtela ’sta storia. Tutto arcontate e dite solo ’l vero: sinnò ve chiappo e ve grullo comme ’n pero. “La volpe giù ppe’ ’l fosso arizza485 ’l pelo”486…sinnò ve chiappo e ve grullo comme ’n melo. Io non so’ ’l billo, io te li sbróllo i ossi487 e, po’, li chiappo e li butto giù ppi fossi. Ve busso col bastone de corgnàle, che tutti i ossi róppe e non fa male! Io ve sturpio tutta la compostura, che rigalato v’ha matre Natura!488 De’n pòro vecchio è la storia vera, che vive ’nte ’l paese senza sera, che vive ’nte ’l paese senza notte, ’nguattàto ’nte le bocche de le grotte. Amo’ me fo ’n bel goccio de vino, ché da magna’ ci ho ’n billo marino. ».489 De quel che so, io v’ho ditto tutto … mo’ vo a magna’ du’ fette de presciutto. Du’ fette rodo co’ ’n morso de pane, e, quel ch’armàne, lo lascio dal cane. Io ve saluto e ve dico addio, mo’ che partite da ’sto Monte mio. Quann’arsaréte ’nte ’l mondo de la boria, da tutti arcontàtela ’sta storia. Tutto arcontate e dite solo ’l vero: sinnò ve chiappo e ve grullo comme ’n pero. “La volpe giù ppe’ ’l fosso arìzza490 ’l pelo”491…sinnò ve chiappo e ve grullo comme ’n melo. Io non so’ ’l billo, io te li sbróllo i ossi492 e, po’, li chiappo e li butto giù ppi fossi. Ve busso col bastone de corgnàle, che tutti i ossi róppe e non fa male! Io ve sturpio tutta la compostura, che rigalato v’ha matre Natura!493 De’n pòro vecchio è la storia vera, che vive ’nte ’l paese senza sera, che vive ’nte ’l paese senza notte, ’nguattàto ’nte le bocche de le grotte. Amo’ me fo ’n bel goccio de vino, ché da magna’ ci ho ’n billo marino…».494 L’òmo che viaggia se crede d’èsse ’n re, però, a la fine, s’acòrge solo che: “si, del mondo, vòl fa’, lu’, ’l girotondo: Scheggia, Costaciàro e Colpalombo!”495». “Si volemo tira’ avanti ’nte la vita, tòcca i bòvi arcarca’ pe’ la sallìta”.496


I.: Cosa ne pensa, signor Diàntene, degli attuali pellegrini giubilari?


D.: “San Rocco, San Rocco, ’na scarpa e ’nno zòcco!”. Col bastone San Rocco caminava, e col cane, che lo seguitava, col bordone giva Giacomino, e co’ ’nna scarsa, ’nna scarsèlla ’e vino. San Giacomo, che mai non s’amerìggia, drent’a ’na chiesa, lo venera La Schiggia. Ade’, ’nvéce, vòn via co’ l’apparécchio, màgnon, bévon, dòrmeno parécchio. Quanto, poi, a parla’ de religione, da chi ce crede, jje dìcheno cojjóne.497

Si ’l dimògno te vòi tène lontano, legno stregone sempre su le mano, si d’ogni strega, tu, te vòi slontana’, ’na fùrcina sott’al collo hai da porta’, ’n’inforchetta porta’, mo’ te lo dico, ad ogn’ora, porta’, devi de fico, mai, proprio mai, hai da voltàtte adiètro, non nomina’ mai ’l nòme de San Pietro, dei Santi, de la Madonna e Iddio, non invoca’ mai nòme, o fiòlo mio! Si tu ’nte ’n casa arporta’, vòi, tutti jj’òssi, quel che t’ho ’itto, fa in Croce dî Fossi! Tutto tu fa a lo Scòjjo de le Streghe, che da qui dista guàsi mille leghe, tutto tu fa a lo Scòjjo de le Streghe, docché arparate ce s’èn cinquanta freghe, tutto tu fa l’al Fosso che Chiacchiera, docché lavàtte tu pòssi d’ogni piàcchera, ché sì è chiamato, ’sto fosso, dettoquì, ché cento voci pìa l’acqua de diquì. A Lo Scòjjo de Streghe, ’no stregone, parla’ coi morti fece più persone. Si mantène, lontano, vòi Bofogno, pe’ sti lòchi passa per Sant’Antogno! Quanno ch’urla’ me sentirai tu: Vanne! Festa e fiera farai per San Giovanne .498 Da l’acqua s’arpàreno, e dal vento, le streghe angrumàte a Boninvènto! A Boninvènto, sott’a ’na gran noce, ’n’ardunàta fanno ’n bel po’ atroce, ch’a tutto ’l mondo, al mondo ’ntero, nòce. A Boninvènto, sott’a ’n noce maschio, mìschieno le voce ’nte ’n gran ràschio. Si ’nte ’l caldaro loro ’n te vòi còce, da Domineddio lancia ’nna voce.499 E… si vòi fa’ ’l cammino tutto intero:500 “pista sul nero, ché ’l bianco ’n dice ’l vero!”501

Mo’ ’l vino bevemo ’nte ’sta gràlla: guàrdela bene e véde d’arcordàlla, ché, si l’arvédi, tanto essa è bella, ch’a meno ’n pòssi fa’ d’arconoscélla. Tanti la guàrdeno e ’n la védeno, e ch’è solo ’nna coppa lór se crédeno. Quanno la grazia, al’improvìso, vène, beato chi capisce e se la tène. Ma, più d’ogn’altra cosa, questa gràlla, col nome proprio te tòcca chiamàlla.502


I.: E, allora, il Diàntene, presomi in braccio, mi condusse fin sulla cima e, là, mi indicò le vie della montagna. Lassù, mi insegnò le quattro direzioni dello spazio e, fattasi notte, mi indicò Cassiopea e Altair, la luna e la stella polare. Alcune nuvole, mosse da un vento poderoso, navigavano nel cielo da nord a sud e, coprendo la luna, si accendevano di una luce rosea e tenue e ci pareva di viaggiare, assieme a loro, verso nuove terre e nuovi cieli. Il grande vento scompigliava i lunghi capelli bianchi e la barba dell’essere che, come vele, si gonfiavano nella sua direzione, coprendo il volto del Diàntene ed indicando il Mezzogiorno. Vedemmo molti occhi lampeggiare come fari e correre giù per la scarpata. «Sono lupi, -mi disse il Diàntene- ed anch’essi, come me, fuggono gli uomini e, loro malgrado, preferiscono le tenebre alla luce. Se non li fuggirai, ti saranno fratelli e ti insegneranno i segreti del bosco».

Dopo queste parole, scendemmo giù per la precipite balza e mi stupii alquanto nel vedere con quale agilità questo grande Essere balzasse da una roccia all’altra, da un picco al successivo senza la minima esitazione e quasi senza alcun peso. Giunti che fummo in un luogo detto Il Capètello, vidi lentamente emergere intorno a noi molti ruderi di antiche costruzioni, ormai abbandonate all’assedio di una vegetazione esuberante e repulsiva. Il Diàntene prese allora a raccontarmi come lì, anticamente, sorgesse un grande tempio eretto al Dio Picchio che, qui passando, indicava agli uomini la giusta via da seguire sulle strade della terra. Seppi poi che, su questi monti, un tempo vivevano cervi e camosci, orsi e caprioli, linci ed avvoltoi e le genti vi salivano a piedi nudi e si prosternavano sotto di essi come di fronte ad un tempio. Seppi poi l’origine dei nomi di molti luoghi e, coi nomi, evocammo lo Spirito della Montagna. E lo Spirito ci sospinse sulle sue ali e volammo, volammo follemente dalla cima alle falde del Monte, sopra nastri di sentieri che, come nodi d’amore, l’avvolgevano in un abbraccio festoso. L’Essere mi volle poi condurre fin sul ciglio della grande balza. Là, il Diàntene pronunciò sommessamente una parola segreta e, con essa, invocammo di nuovo lo Spirito della Montagna e a tutti gli esseri e a tutte le cose demmo nomi congeniali alla propria singolare natura, cosicché, dolcemente destati dal loro sonno millenario, fossero richiamati alla vita e iniziassero ad esserci fratelli e a parlarci con il loro meraviglioso linguaggio, fatto di eloquente silenzio. In séguito, ci addentrammo nelle concave forre ed uscimmo su vasti pianori erbosi, dove il Diàntene, vista accendersi la prima stella, volle infine riposarsi. Al sorgere della luna, col suo roco e lamentoso canto, la civetta, gallo della notte, annunciava il montare delle tenebre dalle profondità insondate della terra. Al primo rintocco ovattato di questa campana a morto, il cui batacchio pareva ravvolto nel muschio, tutti gli esseri e le cose del mondo d’ombra, umbratili ed elusive creature del crepuscolo, si animarono di una loro fremente ma impalpabile esistenza, che solo il magico tocco delle dita rosate dell’aurora avrebbe fatto di nuovo frettolosamente eclissare nelle loro tane, eterni coni d’ombra, dove la luna non tramonta mai.

E, cullati da questa campana, dormimmo. Dormimmo stremati ma felici e dormimmo prima che la notte scendesse a consolare gli uomini e le cose. Dormivamo, e con noi dormivano le alte vette e i profondi abissi della terra e del mare, gli animali predatori ed i mansueti erbivori, i rettili silenziosi e le vocianti gazze, gli alberi giganteschi e le tenere erbe. E la terra intera dormiva ed il Cosmo, e noi con Lui e Lui in noi. Poiché ormai noi eravamo il Cosmo e nulla più ci distingueva da ciò che esiste e da ciò che non esiste.

Non dormivamo che un solo, unico sonno, io e l’Essere, e sognavamo un solo, unico sogno, e, nel sogno, le nostre essenze si fusero ed io fui il Diàntene ed il Diàntene fu me stesso. Noi fummo la Montagna e tutto ciò che essa contiene.

Compiuto il suo viaggio, la nave della notte mi traghettò sulle chiare rive dell’alba. Quando mi svegliai, chiamai l’Essere, ma Egli non mi rispose. Lo cercai nella profonda caverna, sulla cima del Monte, sotto il grande faggio, ma non riuscii... no... non potei più ritrovarlo. Credetti allora di sentirlo ridere, come a volte faceva per annunciare la sua presenza e rassicurarmi quando mi vedeva spaventato, ma era solo il ghigno del vento. Mi parve poi di sentirlo piangere calde lacrime, ma era solo lo scroscio dei gelidi ruscelli. Mi sembrò perfino di udirlo suonare, ma era solo il canto stridulo delle gazze. Quando ormai credevo di averlo perduto per sempre, cercai in me stesso e, finalmente, sentii la sua risata risuonare con lieto fragore nelle profondità del mio essere e fui felice. Passai tutto il resto della mia vita a ricercare la sua immagine sfuggente e, pur sentendola in me spiritualmente, avrei anche voluto ristringere la sua ruvida mano e lisciare il suo vello cespuglioso. Ancora oggi mi chiedo chi fosse quell’umbratile ed elusivo Essere buono e se veramente io l’abbia visto o non sia stata piuttosto la mia fervida fantasia a crearlo. Di una sola cosa sono certo: Egli vive in me ed io in lui. E, seduto accanto al fuoco nelle fredde ed interminabili notti invernali, tornerò di nuovo a narrare questa storia ai miei figli, perché, anch’essi, vadano a cercare quell’Essere sotto la grande balza.

Per ora, torno alla mia grande quercia, ove giocai bambino, e mi piace guardare i due torrenti unirsi con fatica e mischiare le loro acque chiare e scure ed uscire estenuati dalla lotta, come due guerrieri che cadano entrambi stremati, senza che vi sia vinto né vincitore.

Ed ero già vecchio quando, nel cuore di una notte di plenilunio, il Diàntene, parlandomi in sogno, volle svelarmi un mistero cosmico, che, al tempo del nostro primo incontro, la mia mente non avrebbe mai potuto penetrare: la mitica nascita dei nomi di esseri, cose e luoghi dell’Universo.

Così parlò il Diàntene:


«L’essere pronunciò la parola segreta, e, con essa, evocò lo spirito cosmico. Lo Spirito, dette nomi appropriati alla singolare natura di tutti gli esseri e le cose di questo mondo, cosicché, ridestati dal loro sonno di morte, fossero richiamati alla vita e iniziassero a parlare all’uomo con il loro incantato linguaggio, d’eloquente silenzio. Allora, l’occhio dell’uomo colse l’immagine nel Cosmo. L’immagine rimbalzò all’anima. L’anima si fece parola e, la parola, scese come neve sugli esseri e le cose inanimate, che, così, si fecero simili all’uomo: risero alle sue gioie e piansero dei suoi dolori.

La parola, con voce soffiata dal vento, destò cose ed esseri dal loro sonno millenario. Fu allora, e solo allora, che, con i loro occhi color del mare, questi si volsero all’uomo ed egli, prendendoli per mano, li accompagnò alle praterie traboccanti di latte, ai fiumi fluenti di miele.

Là, presero a correre follemente insieme. Là, li bagnò la pioggia e li rasciugò il sole. Là, furono stregati dal pallido volto della luna.

E, a sera, le cose si giacquero, come fresche spose, nel gran letto della Natura primigenia, dalle lenzuola tempestate di fiori. E, d’improvviso, alla vista del magnifico coperchio di un cielo intagliato nel cristallo e occhieggiante di fuochi d’oro, caddero tra le braccia di Morfeo.

Accanto ad esse, si distese l’uomo. E, cose ed uomo, si congiunsero nell’amore fino a confondere le loro differenti nature, rendendole affatto indistinguibili.

E, infine, dal loro amore, nacque un figlio, al quale più tardi, ma solo molto più tardi, furono dati appellativi congeniali alla sua particolare natura: si chiamò Nume, Nome, Toponimo…».

Molto più tardi, e ormai alla fine della mia esistenza, ripensando all’indimenticabile incontro che avevo avuto con lo Spirito della Montagna, mi venne l’ispirazione di scrivere una poesia sul mio adorato Monte di casa, sulle sue molte e misteriose grotte, e, infine sul vasto Spirito della Montagna, che, ormai, lo sentivo, aveva rianimato per sempre il mio essere, che, un tempo, era stato d’ombra».






Grandi ricchezze mi han donato i poveri: ricchezze di cultura e saggezza. la loro umiltà mi ha reso signore, poiché, ciò che da loro ho appreso, il fondamento dell’umiltà, rende ricchi nella povertà e meno infelici nella malasorte.










MONTE CUCCO”


O Monte Cucco, ovvero “Monte Grande”,503 che maggior luce e più calore spande. Nuovo Sole, Tu sorgi dalla valle, che tanti boschi avvolgon come scialle. O Monte Cucco, ovvero “Testagrossa”,504 che le Tue basi poggi giù alla “Fossa”.505 Tu, antico mare dall’increspate onde, che in faccia guardi “Motètte” con “Le Grónde”. Cima delle mie radici, Dolce più dei dolci amici. Vetta, Tu, dai mille fiori, Col Tuo corpo m’innamori Tu, in antico, “Chucchus”506 Monte, d’ispirazione, mia perenne fonte. “Montagna nuncupata507 Monte Cucco”, dura hai la scorza, ma, dentro, dolce il succo. Monte mio amèno, creatura minerale, tenero Monte, corazza di calcare: di Te son fatto, come di sale il mare. Ti sei incarnato, mio grande Monte Cucco, in un gigante,508 più forte d’un bel mucco.509 Tu, che il nome hai d’un ciclamino,510 della mia vita, retto, sei il cammino, Tu, che il nome porti d’un uccello,511 hai volo d’aquila e corpo di fanello. Monte dalla pancia vuota, a Te attorno tutto ruota. Monte vivo, che respiri, e, al Tuo centro, tutto attiri. L’acqua, solida, la roccia, T’ha scavato, goccia a goccia. Tutta quella che raccogli, alla “Scirca” la convogli. Qui c’è “la madre di tutte le vene”,512 che, d’acqua pura, potrebbe fare piene, ogni secondo, centonovanta, e più ancóra, bottiglie, se messe non gli avessero “le briglie”.513 Solenni faggi, colonnari e foschi, fanno di Te, da oriente a settentrione, lussureggiante un’unica regione. Pochi faggeti hai Tu ad occidente, perché, del sole, il dardo è più tagliente: “Faggeto Tondo”, “Pìgnola” e “Mandràcce”514, fra i prati verdi, le boschive tracce. Dalla “Fida”515 fino al “Fosso del Cupo”,516 dove una volta ululava il lupo, sopra di noi volteggiano le rupi, voli d’aquila impietriti nei dirupi. Sotto di noi, a molti affatto estranea, vasta s’apre regione sotterranea, che, dalla cima, arriva giù alla “Scirca”,517 sprofondando per mille metri “incirca”. Da quella parte, dove nasce il sole, eterno, sempre, un fosso scorrer suole. Alla “Fonte” nascendo “d’Acqua Fredda”,518 passa “La Fida”, entrando in una stretta, precipite ed ombrosa spaccatura, che a tutti quanti fa grande paura, che di “Rio Freddo”, “Forra” è nominata, anche se “Bocca Nera” fu chiamata.519 Sotto le balze, un Eremo s’annida, gli scorre ai piedi l’acqua della “Fida”. Sopra Sigillo v’è una “balza” scura, “delle Lecce” chiamata “Spaccatura”. Sopra un poggetto della balza pizzuta, lo strano “Orto” ci sta “della Cicùta”.520 In alto, nel cielo, T’innalzi, superbo, ed io che Ti guardo, dal basso, son preso d’ammirazione e m’inchino a Te d’innanzi. Io sono un nonnulla in mezzo ai dirupi scavati dal tempo, e, con me, esseri e cose sono ai Tuoi piedi annichiliti. Cozzano le nubi, di pioggia pesanti, di contro ai Tuoi scogli calcarei, lucenti, come se s’infrangessero su un paracarro. Mentre sopito, d’un sonno profondo, dormi, una scala puntata è nel cielo, perché possan violarTi nuovi giganti. Una porta, segreta, nel regno di Pluto,521 s’apre, nel fianco, e l’uomo conduce ne’ perigliosi recessi d’atre caverne. E quei che discende, com’io pure scesi, estatico ammira le secolari stalàttiti e stalàgmiti. Ma nero, degli antri, profondo, il silenzio, violato dal debil pallore di lampe, al cuore appare, pesante, come di tomba. E poi si risale, in alto, alla luce, come, dagli inferi regni, salì Orfeo.522 In alto hai la cima, che sempre percuotono turbini e venti. Poiché non si frange, di sole risplende, e d’aurore, perennemente.


Abissi

Neri abissi della terra,

il vostro buio è luce,

plenitudine il vostro vuoto.

Nelle vostre sfolgoranti tenebre

voglio accecare la mia vista troppo acuta.

E precipitare, io voglio, nel mare delle vostre ombre,

e mai più emergere da esso.

Annegare voglio nella vostra immensità

e il vostro silenzio sia l’arcana musica che mi culli in eterno.

E la mia solitudine sia magnificata dalla vostra vacuità incolore,

affinché il vostro Nulla sia il mio Tutto.

Di vuoto voglio riempirmi,

e ritornare a quel Nulla,

da cui ebbero origine tutte le cose.

Silenzio, Solitudine e Tenebre,

siate i miei padroni ed annullate

il mio essere nel vostro Nulla,

ricolmo di Tutto.



Spirito della Montagna


A Te un altare voglio innalzare, Spirito della Montagna,

di sudore e di sangue impastarne la calce,

di lacrime e riso voglio farlo, e, facendolo,

cantare la Tua gloria voglio, Spirito del Mare,

dell’Alto e del Basso unico reggitore,

delle infere regioni fiato possente,

che le nubi sollevi e sospingi

e degli uomini schiacci l’insensato orgoglio.

A Te, un altare di carne ed ossa,

di bontà e cattiveria erigere voglio,

Spirito della nera terra,

che ci volesti un giorno innalzare al di sopra di essa,

perché potessimo sporgerci ad afferrare un azzurro lembo di cielo.

A Te un altare voglio dedicare, di sogno e realtà,

di neve e di fuoco, voglio costruire, Spirito delle Sorgenti,

che dai calcinati ossami della terra, con vivificante impeto,

grandi, gelidi e turbinosi torrenti fai scaturire.

A Te, che fai fiorire il deserto, Spirito della Pioggia,

un altare di sabbia e fumo erigere voglio.

E, quando, quest’altare sia finalmente compiuto,

su di esso voglio ardere le mie carni, Spirito del Vento,

e le aeree ceneri posare voglio sul Tuo ansante petto, Spirito della Vita.

E le mie disperse parti, in una sola essenza riunire voglio, Spirito della morte,

e, nella morte trovare la vita, e, nell’olocausto del fuoco,

al fuoco il mio riso mostrare, Spirito della Gioia e del Dolore, re del Tutto e re del Nulla.

Eterna Unità, Spirito immenso ed indiviso,

fa’ di me , folle scoria del Tuo Tutto, molecola essenziale del Tuo Nulla.

In te, Spirito, voglio scomparire e lasciare la dolorosa coscienza del dolore e della morte,

che, quale belva feroce e insaziabile, dilania il mio spirito.

In Te morire voglio e il desiderio supremo, in Te, spegnere,

affogando nella folle coppa, che trabocca del Tuo vino rosseggiante e vivificante nel profondo.

E, bevendo, ridere, ebbro nella plenitudine della Tua luce,

per sempre, Spirito!


Òmini originari


S’era ’nto ’l mezzo del milleducento, quanno ch’avénne, bòno, quest’evento. Pecorari, legnaroli e carbonari, del Castel de Costaciàro Originari, de liberasse se sènteno smagnósi dal “giogo greve” dî patrón boriosi e métteno ’nsième ’l frutto del sudore, del sangue fatto amaro, e del delóre, du’ monti comprando, più ’L Porrìno: tre vèrdi cime del Monte Apennìno, ’L Cucco, Monte Porrìno e Pantanella ènno ’l principio de ’sta storia bella. Pietro Òddolo co’ i eredi Monaldelli décero via questi tre mmonti belli. ’L dìchen pergamene ’n po’ tarmìte, da notari, con scrùppolo, arfinìte. ’L dìchen pergamene e ’ncartamènti, ’stormènti rugati e documènti. Quî tre mmonti ènno su lo stendardo, co’ la balestra ’nsième e senza ’l dardo, co’ la balestra ’nsième e co’ le stèlle, de Costaciàro le chiare sentinelle. Altre terre compramo dal duca d’Urbino, che per “tre pezze de panno gubbino”, una bianca, l’altre celeste e vèrde, la propietà de ’tésti monti perde. Da Montefeltro, ’l duca Guidobaldo, de ’sti lòchi s’antàsca, alóra, ’l saldo. Era ’l millequattrocentottantasette quanno ’l duca ’sti posti ce cedette. Era l’inizio del milleseicento, quando ch’avénne ’sto scontro violento. Francesco Maria, Duca Secondo, credèndose patrón de tutto ’l mondo, vòlse accampa’ ’n diritto su ’sto monte, che solo ci ebbe ’n suo antenato conte. Alóra manda ’n bon gruppo de guardiani, co’ l’archibugio tutti su le mani, cercando da ’mpedi’, che òmo avaro, che ’l monte fusse più de Costaciàro. Ma i Costaciaròli de ’na volta, ’nte du’ menuti scendeno ’n rivolta; ecco, li vedo, s’arduneno, pian piano, belli ’nguastiti e coi bastoni in mano. “Si én da mori’, ben sarìmo morti, vendicando, col sangue, tanti torti. Spiccando ’l volo, èsteli sul Cucco, docché se sente, unico, ’n grand’ucco. Tutti i guardiani bastoneno, ben bene, uno ad uno moràndojje le vene. ’Sti òmini forti, i guardian del Duca, métteno ’n rotta, e, presto, ’n fretta e ’n fuga. ’Pena ’visato, Checco de la Rovere, eccolo a Costaciàr sùbbito piovere. Vòle fa’ lu’ ’n processo dove i soli, gastigati saròn Costaciaròli. Ma, più Costaciaròli, d’api comme ’n favo, vóleno dritti verso Urbano Ottavo. ’L Papa capisce chi è l’usurpatore e dî Costaciaròli è ’l salvatore: “ènno ’sti mostri che v’honno levato, quello ch’è vostro e ve séte meritato. Bene ascoltate, e armarréte de stucco: sempre vostro sarà ’sto Monte Cucco, e, chi ’n ce crede, la testa io jje stucco. Ma, commme che la prescia ’n vòl la fuga, drent’a ’na buga te cade pure ’l duca, col suo cavallo, e col cappel de feltro, l’ultimo a vive de quei de Montefeltro. Per fa’ spari’ d’Urbino i gran patróni, Costaciàro ricorse da i bastoni. Per afrancàcce via damo anche le fedi, liberandoce dai ceppi de ta i pièdi. De tutti i òmini, la sola volontà, fu de fonda’ quest’Università. Apostolica, la reverenda casa, cercò più volte de fa’ la barba rasa dei diritti, co’ i secoli ’quistati, lasciando noi Condòmini “’gnudàti”. Però, alóra, Apostolica la Càmbera, ’ste terre propio non l’ancàmbera. ’Na montagna, Cucco nominata, da ’tésti Originari fu ’quistàta: ’na montagna, ’nsième co’ i mulini, ’na caciàra e più terre da vini. Co’ l’afrancàsse da ’n signore avaro, fonda’ hon podùto ’l Castel de Costaciàro. Più de ’nna volta quest’Istituzione venne ’n soccorso da la popolazione, la legna de La Pìgnola donando e ’l forno comunale alimentando. ’Nte la Buga, detta de la Conserva, de neve noi ci evàmo ’na riserva. ’Na riserva de neve e de ghiaccio che permetteva dî generi lo spaccio. Per otto secoli questi belli monti, con ranchi e cèse, riguardati e fonti, lavorandoli, l’êm salvaguardati ed ai fii nostri, intatti, consegnati. De cento ceppi, che ’n tempo eravamo, quarantadue, ade’, apéna ne famo. Del monte, la comune propietà, dai fiòli maschi damo in eredità. Tanto utile ’l dominio, che diretto, esercitamo in modo corretto. ’Nte ’l Medioevo ci évamo ’nno statuto: ’nte l’Ottocento l’émo ariveduto. In esso è scritto chiaro, co’ l’inchiostro, nero su bianco, l’imperativo nostro: «Pubblico l’utile hai sempre da arcerca’, e non per te i quadrìni ansaccocia’!». Milleseicento ettari, ade’, c’émo: ’m po’ più de novecento ènno de boschi, torsìni faggi, matriàli e foschi, fanno del monte, da oriente a setentrione, verdureggiante ’na sola regione. Pochi ènno i faggeti ad occidente, perché, del sole, ’l raggio è più cocente: Faggeto Tondo, Pìgnola e Mandràcce, fra i prati verdi, le boschive tracce. Da La Fida fin’al Fosso del Cupo, docché ’na volta urlava forte ’l lupo, sopre noialtri svolàzzeno le sbalze, voli d’aquila ’mmarmìti e de scodàlze. Sotto de noi, a tanti poco nota, grossa s’òpre del monte panza vòta, che, da la cima, arìva giù La Scirca, sprefondando per mille metri circa. Toquì è La matre de tutte le vene, che d’acqua pura potrebbe rempi’ piene, ogni secondo, centonovanta e ancóra più butìjje, si messe non ’gn’éssero “le brìjje”. Da quela parte, docché nasce ’l sole, eterno, ’n fosso sempre scórre sòle. A la Fonte nascendo d’Acqua Fredda, passa La Fida entrando ’nte ’nna stretta, scòmida e meriggiósa spaccatura, che a tutti quanti fa ’na gran paura, che de Rio Freddo Forra è nominata, anchi si Bocca Nera fu chiamata. Sott’a le sbalze, ’n convento s’anìda, jje scorre ai piedi l’acqua de La Fida. Sopre Segillo c’è ’nna balza scura, de Le Lecce chiamata Spaccatura. Sopre ’n poggetto de ’sta sbalza pizzuta, lo strano Orto ce sta de la Cicùta. De ’sta sbalza Segillo è ’l sol patróne: de leccia, gìssimo a fàcce ’l carbone. Con Segillo litigammo pî confini: mai più noi l’arfarémo co’ i vicini. Tra Perugia e Urbino era la lite, ché noi s’én stati sempre gente mite. Gente onesta, veri òmini d’onore, che mai cóveno, ’dormìto, ’n sol rancore. Tutti eguali noi sémo ’nte ’l Concorzio, ché, col classismo, ci émo fatto divorzio. De noi nisciuno a l’altro è superiore, dal profesore a l’ultimo pastore. Su ppe’ ’ste cime, ch’ènno state “are”, pàscere podémo e, anchi,… “legnàre”!. De legna ciascheduno ha la sua parte, del boscaiolo conoscendo l’arte. Condòmine fu anchi ’l gran Tomàsso, che la sua vita, sott’a l’alto sasso, tutta la spese facendo la dieta, del mondo rifiutando la moneta. De la famìjja ’l Beato era Grasselli: tutti Condòmini, bravi bòni e belli. Per terre podémo gi’, per monti e mari: fieri noi sémo d’èsse… “Originari”!




GIOVE APPENNINO

Quando dal cielo fortemente piove,

è solo Te che ho in mente, o Padre Giove.

Giove Sommo, Giove Pluvio,

che scateni ogni diluvio.

Tu, grand’eco nelle rupi,

rimbalzante nei dirupi,

ulular di mille lupi.

Tu, lampante e Tu saettante,

Ti riveli in un istante.

Tu, che scagli la saetta,

metti in atto la vendetta.

Quando cadono i Tuoi dardi,

Ogni luogo Tu lo ardi;

Quando, poi, lanci i Tuoi strali,

tutti gli esseri fai uguali.

Tu, il più grande, il Dio del Cielo,

che lo squarci come un velo.

Tu, che il gran cumulonembo,

lo trascini per un lembo,

e lo culli nel Tuo grembo,

pronto per un nuovo arrembo,

Tu, dell’aquila il gran volo,

Tu, il Dio grande, tu il Dio solo.

Ottimo massimo, Tu, il Dio,

Tu, dell’aria, il mormorìo,

Tu, del ciel, lo sfavillìo,

Tu, di nubi, il brontolìo,

Tu di lampi, il balenìo,

nella pioggia, grandinìo,

di tempeste, il turbinìo,

dell’alba, Tu, baluginìo.

O supremo e grand’Iddio,

Tu, che fai l’iradiddio,

Tu, gran Giove della Rovere,

che su essa sai far piovere

le Tue fulminee folgori,

Tu, che, più di tutti, sfolgori,

Tu, che, su terreno empio,

fai innalzare, alto, un tempio,

Tu, che appari in un baleno,

Tu, che sei battibaleno,

Tu, che sei l’arcobaleno.

Di pietra, su una sede,

votiva, una dedica si vede,

alla Piaggia dei Bagni ritrovata,

ed al Giove Appennino consacrata,

al “Dio della Montagna” dedicata,

al gran “Giove della Balza”,

Che, qui, altissima, s’innalza.

Tu, chiamato, un dì, “Grabovio”,

Tu, imponente Padre Giovio,

Tu sei gran nube pluviale,

Tu sei gran sole gioviale,

Tu, nella Foce de Sombo,

sei padron d’ogni strapiombo.

Forte, rimbomba il Tuo suono,

ché Tu sei Rombo di Tuono,

alte giungon le tue voci,

dei miei monti Genius Loci.

Un altare innalzar voglio,

a Te, Giove dello Scoglio.

Spirito dell’Alto Monte,

Tu, tra cielo e terra, Ponte,

acqua pura d’ogni fonte.

Te, che pieghi in noi l’orgoglio,

prego forte in questo foglio,

perché, o Spirito del Cielo,

squarci di menzogna il velo.

Reggitore d’Alte Sfere,

rendi, giorno, a noi, le sere.

Tu, che le nubi sollevi,

rendi i nostri affanni lievi;

Tu, che le nubi sospingi,

noi, in immenso abbraccio, stringi!

Schiaccia, ora, in noi, l’orgoglio

e in chi imbratta questo foglio!




di Euro Puletti




1 Questo, che è uno dei Cinque pensieri di filosofia e morale di Leonardo, va interpretato nel senso, che solo il silenzio, che scaturisce dalla solitudine, consente all’uomo di porsi all’ascolto della voce più profonda del proprio animo.

2 Nella tradizione popolare locale, il termine Diàntene rappresenta una forma eufemistica, sovente impiegata per alludere indirettamente al diavolo, il cui vero nome, se incautamente pronunciato, basterebbe, da solo, ad evocarne l’insidiosa presenza. Forme simili al termine Diàntene si hanno in Umbria, Diàntena, Diàmmene, Diàmmena, e Toscana: Diàntine, Diàncine. Assai singolari appaiono i femminili Diàntena e Diàmmena. Essi dovrebbero denunciare la radicata credenza popolare, secondo la quale il diavolo sarebbe di genere e natura femminile, anzi, meglio, esso sarebbe “la donna in persona”.

3 ‘Località boscosa e rupestre del Monte Cucco’.

4 La voragine Bocca Nera è una delle principali grotte del Monte Cucco.

5 Il Diàntene allude ad un famoso miracolo, operato dal beato Tomasso da Costacciaro, il quale, nei pressi del suo paese natale di Costa San Savino, percuotendo la roccia con un bastone, fece scaturire una sorgente ancor oggi attiva.

6 «’Nte ’n» = ‘in, nel’.

7 «’Nte ’n» = ‘in un’.

8 «’Nte la» = ‘nella’.

9 «Seguita’» = ‘seguire’.

10 «Giù ppi stradelli avèrsi» = ‘giù per i sentieri avversi, disagevoli, dissestati’.

11 «Bagajjàte…» La voce verbale vale, letteralmente, ‘fare baccano’. Qui è, invece, intesa, in un significato più ampio, come: ‘parlare in maniera altisonante, ma priva di senso’.

12 ‘Sciocchi’.

13 «[…]’n gne métte […]» = (alla lettera): ‘non gli mettere’, vale a dire, nella forma italiana corrente, ‘non mettergli’.

14 «Métte i còrni» = ‘mettere le corna’.

15 «’Gni matìna» = ‘ogni mattina’.

16 «Ranca su» = ‘sale’.

17 ‘fisicamente forte’.

18 «Da se’ che» = ‘da quando’

19 «Da cima» = ‘in cima’.

20 «Da pièdi» = ‘in fondo’.

21 «Monte […] Chiàcio» = il Monte Cucco e il Fiume Chiascio: limiti estremi ed invalicabili dell’universo condensato in cui è relegato il Diàntene.

22 «’Ncuccàto » = ‘nascosto, appartato, volontariamente isolato’.

23Si noti il cambiamento di stile: il Diàntene, parlando di un nobile locale, suo intimo amico, usa la lingua italiana, tessendogli, inoltre, addirittura un elogio in latino, idioma che Egli, creatura dalla scienza infusa, conosce naturalmente benissimo. «[…]Simonetti è ser Guerriero […]» = ‘R.q.V. Guerriero Simonetti di Villa Scirca, probabile discendente del nobilissimo casato nobiliare De Guelfonibus di Costacciaro, che possedeva proprietà terriere a Villa Scirca, e, forse, addirittura un Castello, quello di Ghelfóne, probabilmente identificabile con i locali ruderi della fortificazione altomedioevale di Castelvècchio. «Saràga […] Scariàl […] Castelvècchio […] Carpenàccio […]» = ‘antichi nomi di località prossime all’abitato di Villa Scirca’. «Scircanti […]» = ‘etnonimo, con terminazione in -ànti, indicante gli abitanti di Villa Scirca’ ed esemplato sul modello di Villanti, Costanti, Scheggianti, rispettivamente abitanti di Villa Col de’ Canali, Costa San Savino, Scheggia’.

24 «“Legno per punta, e donna per piano, arèggon, m’hai da crede, ’l mondo sano!”» = ‘palo confitto verticalmente (metafora del pene umano) e donna distesa orizzontalmente nell’atto sessuale sorregono, mi devi credere, il mondo intero’. Tale proverbio popolare esprime metaforicamente la vitale importanza e l’essenzialità assoluta dell’atto sessuale, come mezzo per perpetuare la specie umana («’l mondo sano»). Il Diàntene fa, qui, la metafora della metafora, volendo significare l’essenzialità del ruolo che andranno a svolgere le donne nel nuovo millennio, donne che, per l’Essere della montagna, incarnano tanto la dimensione orizzontale (materiale) che quella verticale (morale e spirituale), destinate ad unirsi negli anni duemila. Con l’ausilio simbolico del palo, diritto e ben piantato nel terreno, il Diàntene delinea i tratti essenziali della donna del terzo millennio, con i piedi ben piantati per terra e lo sguardo rivolto verso un futuro di nuove conquiste morali, politiche e civili.

25 «Si ’na mójje bòna e brava vòi ancontra’, troppa porcheria te tòcca bucina’! È de vipre ’na mela ’nte ’na balla: troppi pizzichi hai da pia’ per altrovàlla!». ‘Se vuoi trovare una moglie buona e brava, devi forzatamente rimestare molta immondizia! Riuscire in questa impresa, è lo stesso che ritrovare una mela gettata in un sacco pieno di vipere: prima di afferrarla, devi, infatti, inevitabilmente subire una serie ripetuta di pericolosi morsi!’. Questo ammonimento del Diàntene è desunto da un detto del territorio eugubino: «Pia’ mójje è comme a altrua’ ’nna mela ’nte ’n sacco de vipere!».

26 «Do ’l ciàffo» = l’espressione, derivando dal verbo dialettale ciaffa’ , ‘prendere, afferrare’, significa, alla lettera, ‘afferro con forza’.

27 «Smagnóso» = ‘smanioso’. Notare la forma aggettivale smagnóso, che costituisce un incrocio linguistico tra smania’, ‘smaniare’, e magna’, ‘mangiare’. Un tempo, la smania era, spesso, un desiderio irrefrenabile di cibo.

28 «Le donne tutte quante, lu’, ’ngarrìva, ma, coda tra le gambe, ppo’, s’arnìva, perché la donne più forti ènno del Diànte e più birbe, ’m bel po’, de ’nn’’estofante». = ‘Lui, il Diàntene, sferrava assalti amorosi («garrìva», letteralmente: ‘assaliva’) a tutte le donne, tornando, però, ed assai spesso, “cornuto e bastonato” dall’impresa, poiché le donne sono più forti del Diàntene e assai più furbe di qualsivoglia lestofante («’estofànte» = forma aferetica di lestofante).

29 Termine estremamente raro e generico, indicante l’azione consistente nel ‘fare toletta in fretta e alla bell’e meglio’.

30 ‘Arruffata, spettinata, in disordine’.

31 «Ppi» = ‘pei, per i’.

32 Località prativa del Massiccio del Monte Cucco, un tempo soggetta a colture agrarie. I luoghi in cui si conducevano tali coltivazioni erano detti cèse e ranchi: ‘porzioni di territorio strappate al bosco grazie al taglio, all'incendio ed all’estrazione di ceppaie e radici’, con un’operazione che si esemplificava nell’espressione popolare: arcavà ’l ranco.

33 «’Nteghìto » = ‘irrigidito per il freddo’.

34 «’N ce cape» = ‘non c’entra’.

35 ‘Sdraiarsi’.

36 Località valliva del Massiccio del Monte Cucco.

37 «Cólco da la merìgge» = ‘disteso all’ombra’. L’aggettivo e participio passato cólco (o colcàto) corrisponde all’italiano ‘coricato’.

38 «Mucco» = ‘vitello, torello’.

39 «Comme ’l bóssolo, io so’ semprevèrde: fòra ’l vèrde! fòra ’l tuo, ché ’l mio non perde!» = ‘io sono sempreverde, come lo è l’arbusto del bosso (Buxus sempervirens): mostrami il tuo di bosso, cioè la tua schiettezza e la tua forza, poiché, da questo confronto di opposte “tempre”, io, certamente, non riuscirò perdente! “Fòra ’l vèrde!” “Fòra ’l tuo, ché ’l mio non perde!”. Questa sorta di “contrasto” veniva pronunziato, durante il periodo quaresimale, da due ragazzi di Villa Col de’ Canali, i quali, essendosi incontrati casualmente, si sfidavano l’un l’altro a mostrare di portare con sé (la qual cosa era pressoché obbligatoria in tale periodo) un rametto di bosso (“vèrde”), arbusto assai frequente sui rilievi montuosi sovrastanti il paese pedemontano. Il significato racchiuso in questa pratica tradizionale resta per ora ignoto. Festoni di bosso erano comunque impiegati, come addobbo delle vie, durante le feste patronali di Scheggia e di Pascelupo, nonché, in quest’ultimo centro in occasione della festa della primavera. Era soprattutto la chiesa di San Bernardino da Siena ad essere adornata con quest’essenza sempreverde e sacra agli antichi Celti ed ai Romani. Il bosso, frutice raro in tutta l’Umbria, abbonda, invece, nella media valle del Torrente Sentino.

40 ‘Non me ne preoccupo’.

41 «Curucùzzo» = ‘cocuzzolo, culmine, sommità di un’altura’.

42 «Proferita» = ‘preferita’.

43 Località prativa del massiccio del Monte Cucco, il cui nome deriva dal fitonimo popolare òppio/oppièllo, detto, più comunemente, acero campestre o albero da vite (Acer campestre). L’acero campestre cresce spontaneo sul Monte Cucco, fino ad oltre mille metri di altitudine.

44 «Da giovinotto, févo le camporèlle, ’n mezz’a ’ste fratte, ’n mezz’a ’ste fratte belle! Quann’ero giovine, io, givo ad andéggio, e mai pensavo, e mai pensavo al peggio!» = ‘Quando ero un giovanotto, facevo di nascosto l’amore févo le camporèlle». Fa’ le camporèlle: espressione popolare fossatana, parafrasabile, grosso modo, nella seguente maniera: ‘fare l’amore in campagna, nascondendosi fra i pagliai, le siepi’ [“le fratte”] o le scarpate [“i gréppi”]. Due varianti dialettali della medesima espressione erano: “Gi’ [vale a dire: ‘andare’] a fratte” e “Gi’ a gréppi”. Il sostantivo femminile plurale camporèlle risale all’antico plurale italiano càmpora, che aveva il significato di ‘campi’) nel folto di queste belle siepi! Quand’ero giovane, io andavo avanti e indietro («ad andéggio». Ad andéggio: locuzione avverbiale gualdese, grosso modo traducibile con l’espressione ‘in maniera ondivaga, altalenante, raffazzonata, improvvisata’. La forma dialettale andéggio rappresenta una probabile variante fonetica dell’italiano ondéggio, forse incrociata con il verbo andare), libero come l’onda del mare, non rivolgendo mai il mio pensiero al peggio’

45 «Su la testa ci évo ’na sceponàra, che ’n la scarpiva manco la pinara. Adè’, che de capelli n’ho più venti, scarmijàto so’ da tutti i venti…» = ‘Un tempo avevo in testa un cespuglio (“sceponàra”, s.f., = dialettalismo lessicale eugubino, indicante un ‘folto cespuglio’. “Sceponàra”, tuttavia, assumendo un significato metaforico, diventa, talora, anche sinonimo di ‘chioma lunga, folta ed arruffata’) di capelli che non sarebbero stati strappati via neppure dalla piena di un corso d’acqua, ora, invece, che sul capo me ne rimangono soltanto venti, sono spettinato (“scarmijàto”, agg. e part. pass., = ‘scarmigliato’) da tutti i venti’. Notare il significato metaforico rappresentato dalle folte chiome possedute dal Diàntene in gioventù, chiome che neppure una gran piena avrebbe potuto strappare. Le prove della vita hanno ora reso il Diàntene quasi calvo, e, per di più, sulla landa desolata della sua mente si accaniscono tutti i venti turbinosi dell’esistenza e «le torme delle cure» di foscoliana memoria.

46 Il Sasso, il cui nome viene dal latino saxum, ‘rupe’, è un monolito calcareo, testimone dell’intensa erosione carsica che ha modellato il Monte Cucco.

47 «Ribùsto» = ‘robusto’.

48 In origine, il bastone de legno stregone era, probabilmente, una verga magica, associata a pràtiche scaramantiche ed apotropaiche. Il legno impiegato, l’agrifoglio, un sempreverde, simbolo d’immortalità, l’uso di lasciare lungo il tronco numerosi, irti spuntoni, probabili simboli di ardue prove da superare durante il cammino dell’esistenza (e, come molti “arnesi” acuminati, dotati del potere di allontanare il male, oltreché forniti della possibilità di servire come valida difesa in caso di reali attacchi, portati da animali selvatici), simboleggiato dal bastone stesso, sono tutti elementi che fanno propendere per un’interpretazione simbolica ed iniziatica della comune verga pastorale.

 Il bastone di sorbo montano contiene sicuramente precise valenze simboliche. Dopo essere stato ricavato dall’albero, infatti, il bastone veniva scortecciato e lasciato al sole perché assumesse la sua caratteristica colorazione rosso mattone. I bastoni rossi hanno numerosi significati e funzioni simbolici: in Cina quella di punire i colpevoli. In moltissime società segrete esistono dei bastoni rossi con i quali si infliggono punizioni; i professori che spiegavano i poemi omerici portavano un bastone rosso, segno di autorità e sapienza. Ma il rosso è essenzialmente il colore degli eroi e del sole, quel sole la cui forza, passata al bastone, si riversa poi sull’eroe solare che se ne fa un’invincibile arma.

49 Il Diàntene si riferisce al tempio di Giove Appennino, che, in epoca romana, sorgeva presso l’attuale Scheggia.

50 «Drento, ’ni casa de ciascun paese, la grotta pareva de Sant’Agnese, ma gente ce viveva assai cortese.» = ‘L’interno delle abitazioni di ciascun paese somigliava all’aspetto, squallido, umido ed annerito dal fumo, che mostra la grotta di Sant’Agnese, aprentesi, sul monte Ingino, nella zona immediatamente sovrastante Gubbio. Molti contadini del territorio eugubino, per descrivere l’aspetto fatiscente ed affumicato di un casa che fosse più simile ad un tugurio che ad un’abitazione civile, impiegavano l’espressione metaforica: «Pare la grotta de Sant’Agnese!».

51 «Lìsole» = antico nome di Isola Fossara, usato ancora nelle parlate più conservative.

52 «Hon» = ‘hanno’.

53 Il “Maggio” di Isola Fossara è una sorta di “albero della cuccagna”, di probabile origine pagano-celtica, legato ai riti propiziatori del ciclico, primaverile rinascere della vita vegetale. Il Diàntene svela l’origine del suo nome, che non deriva, come molti sostengono, dal mese omonimo, ma dal comparativo latino major, ‘più grande, più alto’, poiché il palo del Maggio deve essere molto alto e, preferibilmente, più alto rispetto alla maggior parte degli altri alberi di faggio che si incontrano nella faggeta dove esso viene tagliato.

54 La presenza del Pioppo (Populus sp.) nella nostra montagna è alquanto sporadica e localizzata. Un nucleo di Pioppi trèmuli (Populus tremula) vegeta nei pressi del monte Nìccolo, all’interno di una faggeta, in località Le Fontacce. Qualche Pioppo nero (Populus nigra) alligna nei pressi della Valle delle Prigioni. La sua presenza è all’origine del microtoponimo I Bedólli, che qui si riscontra. Nel versante marchigiano della montagna, il termine dialettale “bedóllo”, indica il comune Pioppo nero. Ad oriente di Villa Scirca, vi è la località Il Pioppo, che prende il nome da un grande esemplare di quest’albero che pare esser nato da una delle tante talee, utilizzate per legare le fascine in seguito al taglio del bosco. Nelle zone nordorientali del Parco di Monte Cucco, il termine dialettale bedóllo sostituisce, come detto, quello di pioppo. Ed è proprio un bedóllo ad essere piantato e utilizzato come una sorta di “albero di maggio” alla nascita di un figlio maschio. Questo rito, di probabile origine arcaica, si rinnova ancora, seppur sempre più raramente, nei pressi di Isola Fossara, Coldipèccio, Pascelupo, Perticano, San Felice e Piaggia Secca. L’albero, diritto e scortecciato, è coronato d’un festone di bosso (“le rame del vèrde”), simbolo d’immortalità, e, dunque, auspicio di lunga vita al neonato. Il termine bedóllo è una chiara derivazione del latino di origine gallica betulla, ‘betulla’. Non si può escludere che, nelle zone citate, soggette un tempo alla dominazione dei Galli Sènoni, il termine in questione sia giunto direttamente tramite essi, senza la mediazione della lingua latina. Ciò lo deduco dal fatto che la betulla era utilizzata presso i Galli per simili riti propiziatori e dalla constatazione che il termine dialettale non è più riscontrabile nei versanti occidentali del nostro Appennino, dove, molto probabilmente, i Galli non giunsero. Fu forse la vaga similitudine tra la betulla ed il pioppo a far sì che la denominazione della prima essenza passasse quasi inalterata a designare la seconda. La betulla, d’altronde, anche se certamente esisteva in maniera relitta sui nostri monti, era sicuramente assai più rarefatta del comune pioppo. L’ultima Betulla pendula (Betula pendula) del Monte Cucco fu segnalata dal botanico Paolucci (1890). Cfr. BALLELLI, S., BIONDI, E., Aspetti floristici e vegetazionali della valle dell’eremo di Monte Cucco, in AA.VV., L’eremo..., op.cit., p.40. Nel settore marchigiano del massiccio del Monte Cucco (ed anche ad Isola Fossara), per celebrare festosamente la nascita di una bambina si tagliava un albero di salice, non molto alto e spesso storto (che, a volte, si denominava “stròcchio”: aggettivo costituente una possibile forma metatetica del latino arcaico *torctos, ‘torto’, con la seriore aggiunta di un s- intensivo), ma dalla chioma ramosa, gli si mozzavano le estremità dei rami, e, dopo averlo piantato nelle immediate vicinanze dell’abitazione della neonata, lo si infiocchettava di pezzi di stoffa di colore rosa. Era bene che l’albero fosse buzzo, ovverosia ‘cavo’, e, questo, per propiziare la fecondità futura della bambina, perché, probabilmente, la donna vera dev’essere naturalmente capace di dare ricetto ai figli nel proprio concavo ventre. Secondo alcuni l’uso del salice, associato alla nascita d’una bambina, simboleggerebbe l’aspirazione a che la futura donna sia forte e flessibile (cioè ‘malleabile’) come lo sono, ad un tempo, i rami della pianta.

55 Secondo un antico detto ironicamente denigratorio (che il Diàntene, amando molto la zona di Chiasèrna sia per la sua antichissima storia, sia per la gran bellezza dei suoi panorami naturali, non condivide affatto, pur riportandolo fedelmente), gli abitanti del paese di Chiasèrna (il cui nome discende da quello della decuvia umbra dei Clavernii, vissuta almeno duemiladuecento anni or sono e ricordata nelle Tabulae Iguvinae) vivrebbero in un luogo buio e stretto alla stregua di una caverna. Colui il quale volesse poi lodare questa località si squalificherebbe immediatamente, poiché si capirebbe subito che qui altro non vi è da lodare che un fossato. Costui potrebbe al massimo dir bene della presenza di qualche buona sorgente, ma non certo di un luogo che vede, a malapena per qualche breve ora, i raggi del sole. Tutti gli abitanti del paese se ne stanno, poi, come rinserrati in questo fossato, che si chiama Bevàno, e pare che gli alti monti di cui sono circondati, vale a dire il Catria e l’Acuto, stiano sempre sul punto di crollare loro addosso.

56 «O Chiasèrna, tu sai da’ sempre la guèrna, da i viandanti, essèndojje taverna,’nte la notte del pecàto sai lucèrna, ’nte la fede, salda salicèrna!» = ‘O Chiasèrna, tu fornisci sempre il sostentamento (“guèrna”, s.f., è, letteralmente, ‘il pasto che si dà alle vacche’) ai viandanti che passano per la tua strada (Chiasèrna rappresenta un antichissimo “centro di strada”), poiché sei, per loro, come una buona taverna, nelle tenebre del peccato, poi, sei come una luce, giacché sei radicata nella fede, come una salicòrnia (“salicèrna”, s.f.) lo è sulle sabbie di una spiaggia marina, sempre esposte all’erosione operata dagli incessanti flutti. Chiasèrna ha, infatti, rappresentato, fin dalle sue più remote origini, un luogo sacro, prima per i popoli pagani degli Umbri e dei Romani, poi per i Cristiani, i quali, nell’Ara di San Maffeo o Matteo, vollero fondare un eremo, e, non distante da lì, forse sin dall’alto Medioevo, come testimonia l’arcaica tecnica costruttiva della superstite cripta, un’abbazia benedettina, consacrata all’Arcangelo San Michele, che, in altri sei luoghi della Diocesi eugubina, intitolati al suo sacro nome (avendo già sconfitto il dragone infernale in battaglia), poté garantire anche la difesa dell’estremo confine orientale della Diocesi di Gubbio da molti e differenti mali e pericoli. Il Diàntene, dopo aver riportato, quasi “per dovere di cronaca”, alcune malevole dicerie su Chiasèrna, ora esprime la sua più convinta ed intima opinione circa l’autentica essenza positiva, anzi sacrale, del paese pedeappenninico.

57 «Valdurbìa» = ‘forma orale popolare del toponimo Valdorbìa’.

58 «Olinfante» = ‘olifante’.

59A Valdorbìa, secondo un’antichissima tradizione orale popolare, Orlando avrebbe combattuto una vittoriosa battaglia contro un popolo barbaro e pagano. Da quest’evento, che avrebbe sancito il definitivo prevalere della Cristianità sul paganesimo, avrebbe preso il nome di “Corno (di Catria)” una delle cime rocciose acuminate della montagna, a ricordo del corno suonato in extremis da Orlando a Roncisvalle. Secondo i “Pontanari”, vale a dire gli abitanti di Ponte Calcara di Scheggia, a suonare il corno per chiamare a raccolta un esercito di popolo, con il quale sconfiggere gli aggressori della fiorente e pacifica città di Lucèoli, fu, nientemeno, che l’Imperatore Federico I° Barbarossa. Secondo un’antichissima e radicata tradizione orale popolare, il santo vescovo di Gubbio Ubaldo Baldassini avrebbe fatto costruire, ai confini della Diocesi eugubina, sette chiese dedicate a San Michele Arcangelo, affinché Questi la difendesse dal maligno e dalle aggressioni militari esterne. Una di queste chiese sorge tuttora a Coldipèccio, confine orientale del territorio diocesano, in area prossima alla provincia d’Ancona. Arcangelo. Consultando i documenti, pazientemente raccolti dallo storico eugubino Piero Luigi Menichetti, apprendiamo che, in pieno Medioevo, nel castello di Monte Pesco, o, forse, nella sua curia, vi era una chiesa dedicata all’arcangelo San Michele. Ora, come detto, una chiesa intitolata a questo arcangelo, prediletto dai guerreschi Langobardi, esiste tuttora nel paese di Coldipèccio, la cui tradizione orale popolare vuole essere stata fondata come segno tangibile di riconoscenza per il conseguimento di un’enigmatica vittoria militare da parte di un’altrettanto misteriosa popolazione antica.

60 «’Sto lòco, ppo’, comme me disse ’nn’òmo, i vecchi nostri ’l nomàveno Còmo» = ‘Questo, luogo del Corno, inoltre, stando a quanto mi disse un uomo di Valdorbìa, i nostri vecchi d’un tempo lo conoscevano anche con il nome di Còmo’. In séguito ad una mia recente indagine sulla toponomastica del Parco di Monte Cucco, che ha costituito l’oggetto della mia seconda tesi di laurea, ho rilevato un singolare toponimo di fonte orale: Val de Còmo. Esso designa alcune pendici rupestri della Gola del Corno di Catria. La forma toponimica Còmo, notoriamente designante l’omonima città lombarda, che si vuole essere stata fondata da popolazioni di stirpe celtica, dovrebbe risalire ad un gallico *camb-, ‘piegato’, o al latino cumba/comba, ‘valle, cavità’.

Sebbene l’area compresa tra il Cucco ed il Catria dovette, assai verosimilmente, essere colonizzata dai Galli Sènoni, ritengo più probabile far risalire il toponimo in questione alla citata forma latina, che, nel caso specifico, doveva denominare la valle formata dalla stessa gola calcarea.

L’antichità del toponimo Còmo è attestata da una carta del Ducato di Urbino. In essa, il nome locale, designando la medesima area del Corno, compare sotto la forma Il Còmo.

61 Colui che loda Valdorbìa altro non loda se non un’importante via di comunicazione (un trivio ed il diverticolo montano (anticamente detto anche Via di Gubbio) Valdorbìa-Antro dei Briganti-Isola Fossara-Fonte Avellana, che risulta tuttora percorribile. La strada che costeggia il Torrente Sentino, detta oggi Strada Statale “Arceviese”, collegava anticamente il Municipio di Iguvium alla città di Sentinum), utilizzata quale luogo di transito da un gran numero di pellegrini (il nome di una cavità naturale, soprastante Valdorbìa, Grotta del Pellegrino, ricorda ancora l’intenso passaggio di viandanti in questa zona). Questi intende poi lodare la presenza di un antico eremo (ricordato dai toponimi Eremo, con il quale era denominata un tempo Valdorbìa Bassa, Prati Romìto e La Romìta), della chiesa dedicata alla “Vergine Lauretana” (che probabilmente sorse sulle rovine dell’antichissima chiesa di San Lorenzo di Valdorbìa, che estendeva i suoi vasti possedimenti fondiari su gran parte della valle del Torrente Bevàno e sull’intera valle del Torrente delle Gorghe) e di un ospizio per i viandanti (ricordato dal toponimo Campo de L’Ospedale).

62 «Matriàli» = ‘di dimensioni ragguardevoli’.

63 ‘Dappertutto’.

64 «L’ultim’orso, che toquìne è nato, tra Segillo e Fossato fu ’mazzato. Era l’anno milletrecentootto, quanno che ’st’orso fece de sangue ’n fiòtto: de Perugia, furon cacciatori, questo grand’orso, fieri, a fare fòri. L’orso del Cucco, ch’era grande assai, da quel di’ ’n poi non s’arvide mai.» = ‘L’ultimo orso che fosse nato in questi luoghi (“toquìne” = letteralmente: ‘qui’) fu ucciso sulle montagne comprese tra Fossato di Vico e Sigillo. Quando quest’orso esalò l’ultimo respiro (“fece de sangue ’n fiòtto” = letteralmente: ‘emise sangue dalle grandi fauci, a causa della ferita infertagli dai cacciatori’) correva l’anno 1308: ad ucciderlo (“fare fòri” = locuzione volutamente assonanzata con “fare fóri”: praticare dei buchi sul corpo dell’animale con lance ed altre armi bianche) furono, con orgogliosa soddisfazione, alcuni cacciatori perugini. Quest’orso bruno (Ursus arctos), che viveva sulle montagne del massiccio del Monte Cucco, e che era di taglia assai grande, da quel giorno in poi si estinse completamente’. Ciò lo si apprende dall’opera di Alessandro Alfieri, Memorie storiche di Fossato di Vico (Roma, 1900, p.18), nella quale, l’autore, dicendo di Fossato medioevale che era «Appoggiato agli Appennini, allora tanto boscosi da ricovrare la più grossa selvaggina» cita, nella nota numero 3 (tratta dal Diario di Antonio dei Veghi, a sua volta contenuto in “Fabretti, Cronache della città di Perugia”, Torino, 1887, vol. I, p.192), la circostanza dell’uccisione di uno degli ultimi orsi bruni delle nostre zone: «Fu fatta una caccia nelle montagne di Fossato e di Sigillo e ci fu ammazzato un orso, e fu misurata la sua schiena e fu otto piedi longa».

Tale orso fu, dunque, ucciso, da cacciatori perugini, in un luogo imprecisato, compreso tra la montagna fossatana e quella sigillana, nel 1308. Nel documento, come si è visto, si parla anche, e dettagliatamente, delle grandi dimensioni del plantigrado, che raggiungeva una lunghezza di ben 2 metri e mezzo circa, dimensione massima raggiungibile dalla specie.

65 «Dritto» = ‘moralmente retto’.

66 «Eure» = ‘pronuncia errata del nome Euro’.

67 «’Tisto» = ‘cotesto, codesto’ (anticamente: *(co)tisto?).

68 «Tristo» = ‘cattivo, malvagio’.

69 «Èvero o Lèurolo» = altri nomi di questo Euro. Varianti fonetiche e morfologiche o nomi inautentici, erroneamente compresi e pronunciati o nomignoli d’infanzia. Il nome Euro è proprio della mitologia greca, e rappresenta la denominazione dell’incarnazione del vento di sudest, cioè del benefico scirocco, apportatore di abbondanti e, spesso, provvidenziali piogge.

70 «Paciènte» = ‘paziente, pacifico’. Il termine rappresenta, probabilmente, un incrocio linguistico tra gli aggettivi pacióso e paziente.

71 «Manzo» = ‘mansueto’.

72 «Da se’ ch’è nato» = ‘dal giorno in cui è nato’.

73 «frégo» = ‘ragazzo’.

74 «Perché da tutti quanti ha rispettato » = ‘perché ha rispettato tutti.

75 «Arnùto» = ‘ritornato’.

76 Il consiglio dato dal Diàntene, che è rivolto a tutti gli uomini moderni, vuole invitarli a cambiare rapidamente vita, poiché, quelli che essi stanno consumando con tranquilla noncuranza, sono gli ultimi frutti che la Natura, troppo lungamente violentata, potrà loro concedere. Le rime sono liberamente tratte da un antico adagio popolare, registrato a Fiume, frazione di Scheggia: «Magnate le nespole e piagnéte, perch’ è l’ultimo frutto de l’estate…».

77 «Tutto […] è creato col fine» = Antico adagio tramandatoci dalla saggezza popolare: ‘ogni cosa creata porta scritto in sé il giorno della propria fine’. Notare il genere maschile del sostantivo ‘fine’.

78 «Cantone» = durante il governo napoleonico, Costacciaro era, dal punto di vista politico-amministrativo, un Cantone di Gubbio.

79 «Cantuccio» = variante popolare di Cantone, indicante anche l’annosa marginalità storica ed economica dell’area del Parco di Monte Cucco. Il Diàntene profetizzando l’imminente fine («finazione», nel dialetto arcaico) del mondo, vede la scena già in atto davanti ai propri occhi (si noti, infatti, il brusco passaggio dal futuro al presente indicativo).

80 «Quanno del mondo verrà ’l grande gastìgo, beati quelli da Schiggia al Fosso Rigo» = ‘quando il grande castigo di Dio giungerà a colpire il mondo, beati coloro i quali si troveranno ad abitare tra Scheggia ed il Fosso Rigo, vale a dire tra Scheggia e Fossato di Vico (il Fosso Rigo è quel torrente che lambisce il fianco settentrionale del colle di Fossato).

81 «’L dio ritondo, ch’arimbàlta, ch’arimbàlta tutto ’l mondo» = ‘il dio rotondo, vale a dire la moneta, il danaro, stravolge e ribalta tutti i valori ed i principi etici su cui era fondato il mondo contadino d’un tempo’ (solidarietà, fratellanza, amicizia, generosità, ospitalità), sostituendo ad essi l’egoismo, l’invidia, l’inimicizia, la tirchieria, ecc.).

82 ‘Il sangue scorre sulle strade come fosse acqua piovana e ricade sulla testa di tutti quanti, giusti o peccatori che siano’. Il Diàntene fa proprie talune profezie popolari. Basate sulla lettura di alcuni antichi libri di argomento incerto, esse vogliono che il «Cantuccio (o Cantone) di Gubbio», genericamente identificabile con i Comuni pedemontani di Scheggia, Costacciaro, Sigillo e Fossato di Vico, sarà l’unica zona a salvarsi da un misterioso quanto rovinoso cataclisma geologico, che giungerà a distruggere gran parte della terra.

83 ‘Il grande terremoto esaurirà tutta la propria energia all’interno della Grotta di Monte Cucco (un’antica credenza, radicata nei paesi pedeappenninici del massiccio del Monte Cucco, vuole che i terremoti che, periodicamente, interessano quest’area vengano alquanto attenuati nella loro intensità dalle grotte che permeano le viscere del Cucco. Queste profonde e vaste cavità, infatti, avrebbero la peculiarità di far “sfogare” al loro interno le onde sismiche che le attraversano.) e l’alluvione («’l pinaróne», cioè una sorta di secondo diluvio universale) non giungerà che a lambire queste zone, cosicché le loro popolazioni si salveranno dall’annegamento’.

84 «Beati quelli che, quela matìna, staranno sott’a la mela conventina. Felici quelli, in quela matìna, tolà do’ fa la mela conventina.» = ‘Coloro i quali, la mattina in cui si verificherà la fine del mondo, verranno a trovarsi sotto l’ombra protettrice del melo conventino, tanto frequente in quest’area da esserne assurto quasi a simbolo («[…] Tolà do’ fa la mela conventina» = ‘Là dove alligna la mela conventina’, cioè Gubbio ed il suo Cantuccio), saranno beati, poiché avranno salva la vita e l’anima loro.

85 «Quanno del mondo verrà la finazione: de Gubbio, tutti, ristate ’nte ’l Cantone!» = ‘Quando verrà la fine del mondo, rimanete tutti a vivere nel Cantone di Gubbio!’. Il Diàntene lancia il suo ultimo accorato appello agli uomini, affinché restino («Ristate» = ‘restate’) là dove affondano più saldamente le proprie radici, cioè sulla terra dei propri padri, rimanendo nella quale sopravviveranno ad ogni sconvolgimento morale e a tutti i cataclismi materiali, con i quali l’umanità giungerà a dare il “colpo di grazia” all’intero pianeta.

86 «Si del bene vòi fare tu a ’nn’amico: latte de capra e legno de fico!» = ‘Se si vuol trattare veramente bene un amico, occorre servirlo, offrendogli latte di capra (il miglior latte che ci sia) e legno di fico (il peggiore legno come resistenza ed utilità pratica, ma, in assoluto, il migliore per tenere lontano l’influsso malefico delle streghe, specie quando, con esso, sia confezionata una piccola forca, dalle punte (“còrni”, s.m. pl.) acuminate. Si ricordi come, nella nostra cultura popolare, il fico sia considerato “la pianta dal latte”, vale a dire ‘l’albero che secerne il latte’. Si attribuiva, dunque, un’importante valenza magica a quest’albero, che pareva essere fecondo, come una donna gravida, cui venga il latte (si ricordi anche il mito latino, relativo alla fondazione di Roma, del ficus ruminalis, e alle foglie di fico, con le quali Adamo ed Eva si sarebbero coperti le pudenda. Il lattice del fico era impiegato, in maniera pratica, per far cagliare il formaggio e per provocare una maggiore turgidezza al glande maschile.

87 «’itto» = frequente forma aferetica del participio passato dialettale ditto, ‘detto’.

88 «Que famo? le battémo o le grullàmo?» = ‘cosa facciamo? le battiamo col palo (sottinteso: ‘le noci’) o scuotiamo la loro pianta a forza di braccia, provocandone la caduta?’. Tale espressione, tipicamente popolare, esprime estrema incertezza sul da farsi intorno ad una determinata cosa.

89 Di una donna pettegola e ciarliera si dice spesso che scòccoda (3a persona singolare dell’indicativo presente del verbo intransitivo scoccoda’,’fare coccodè’), cioè che fa il verso, considerato sciocco e perfettamente inutile, delle galline.

90 L’intervento di San Paolo per scongiurare la presenza del “serpe”, e, dunque, metaforicamente, anche quella del demonio, era, un tempo, invocato anche in seno alla multiforme e ricchissima cultura popolare napoletana.

91 «La cosa lunga, serpe è doventàta: si ’l fòco càlla, adìo da la pappàta. “Per san Pietro, e per santo Paolo, serpe tutte, e tizzo, gite al diavolo!”. Su, forza, dàtije, zompàmolo ’sto fòco, ché luce, lu’ farà, ancora per poco.» = ‘La nostra conversazione è ormai diventata troppo lunga, e sterile, come lo è un serpente: se il fuoco cala, dovremo dire addio alla mangiata (poiché il cibo non riuscirà a cuocersi completamente). In nome dei santi Pietro e Paolo, per la distanza raggiunta da questo tizzone, che lancio lontano, ci stiano alla larga tutte le serpi e le persone maligne e pettegole che ci contornano e che se ne vadano definitivamente all’inferno. Su, coraggio, dategli sotto, saltiamo questo focolare, divenuto ormai basso, poiché esso non ci regalerà ancora la luce che per poco tempo!’. Il Diàntene parla, come al solito, in maniera metaforica, e attingendo alla tradizione orale popolare e ad antiche credenze e pratiche religiose e scaramantiche. La prima, consistente nel gettare lontano un tizzone di fuoco ormai divenuto un freddo carbone, veniva praticata, il giorno di San Giuseppe (19 di marzo), in occasione del rituale “focaràccio”. Il tizzone era gettato il più lontano possibile, accompagnando il gesto con la seguente formula d’esorcismo: «Per san Pietro e per san Paolo, tutte le serpe gite al diavolo!». In virtù del potere di questo “scongiuro”, tutti i serpenti, (compresi quelli “a due gambe”, cioè gli uomini), si sarebbero mantenuti, rispetto all’uomo che compiva il gesto simbolico, alla massima distanza, raggiunta dal tizzone lanciato. In seguito, specie i giovani, più baldanzosi, si sfidavano, vicendevolmente, a saltare il fuoco, prima che questo avesse a spegnersi. Il Diàntene, tuttavia, con queste parole, va al di là della metafora, e vuole lanciare un preciso messaggio a tutti gli uomini ragionevoli: «Smettete di parlare in maniera vacua e malignamente gli uni degli altri (le serpi simboleggiano, specie nei sogni i discorsi malevoli e i pettegolezzi) e non lasciate che il fuoco dell’amore e della fratellanza giunga a spegnersi nei vostri cuori, altrimenti non sarà più possibile mangiare insieme, (cioè convivere pacificamente). Saltate ora (cioè superate le ceneri ed i carboni prodotti dal fuoco edace delle vostre passioni smodate), e tornate a quella fraternità e solidarietà di cui vi nutrivate un tempo!’.

92 «“Magna e fatte grosso, pia mójje e zómpije adòsso”» (antico detto popolare): ‘mangia e cresci (si ricordi che l’intervistatore è un ragazzo di giovane età), sposati e fai l’amore!’.

93 «Magna, arlòtta, e, ppo’, scuréggia, dàjje giù comme ’na tréggia!» (il Diàntene mostra qui la sua parte più triviale e carnale) = ‘Mangia, rutta, e, poi, spetazza, fai l’amore a più non posso!’.

94 «Garétti» = letteralmente ‘tibie’, e, per estensione, ‘gambe’.

95 «’Mirate» = ‘ammirate, osservate attentamente e con forte attrazione’.

96 «’cétta» = ‘accetta’.

97 «merólla» = ‘duramen del tronco di quercia’.

98 «fràido» = ‘fradicio, disfatto’.

99 «bigarèllo» = ‘fattura, malocchio’. Una piccola torta al testo (torta, crèscia), chiamata anch’essa bigarèllo, veniva espressamente preparata con lo scopo di farla mangiare ad un ragazzo od una ragazza, che si volevano fare innamorare di una particolare persona. Il bigarèllo assumeva allora una funzione assimilabile a quella di filtro d’amore. Il termine potrebbe essere derivato dal verbo brigare. Bicarellus era anche un nome personale medioevale, documentato nei carteggi di taluni castelli del comitato eugubino.

100 Tale poesia, mestamente recitata dal Diàntene, trae ispirazione dalla credenza popolare, secondo la quale, nel mese di marzo, le pecore sarebbero particolarmente soggette ad ammalarsi di cimorro e, a causa delle complicanze respiratorie innescate da questa malattia, rischierebbero ogni giorno di morire. Secondo altre interpretazioni, sarebbero invece le pecore nate in marzo, quelle più cagionevoli e a costante rischio di morte.

101 «Cólco» = ‘corico, distendo’.

102 «Non m’arràlzo» = ‘non mi rialzo’.

103 «Si m’amàlo» = ‘se mi ammalo’.

104 «Si me sperdo» = ‘se mi perdo’.

105 «Jje dìcheno pulitica, ma è zozza, ché chi la fa, fratello mio,… s’angózza!» = ‘la chiamano politica, ma è cosa sporca, poiché chi la fa, fratello mio,… pensa solo ad ingozzarsi!’. Il Diàntene gioca qui sull’assonanza tra il termine dialettale pulitica, ‘politica’, e l’aggettivo italiano pulita.

106 «birbìzia» = ‘furbizia’.

107 «birbèdine» = ‘astuzia maliziosa e perfida’.

108 «rèdine» = ‘redini’.

109 Il Diàntene, improvvisamente preso da un émpito d’odio e disprezzo verso gli uomini moderni, si sfoga contro il suo incolpevole interlocutore, coprendolo di una sequela d’irripetibili impropèri: «“Te sai breccia, io so’ sasso, te sai birbo, io te passo!”… c’ho ’n biciòccolo de sasso, te c’hai ’n ròccolo de grasso, io de sasso ’l sesso, te ’m pezzo d’alésso!».

= ‘Tu sei della consistenza di un granello di ghiaia, io, invece, di quella di un sasso, tu sei furbo, ma io ti supero di gran lunga!’ (antico detto popolare) … io ho un pene (“biciòccolo”, s.m., ‘pene’. Variante morfologica: “pisciàccolo”, risalente la verbo “piscia’”, pisciare) duro come un sasso, tu, invece, ce l’hai della consistenza di un rocchio (“ròccolo”, s.m.) di lardo, io ho il sesso duro come un sasso, tu, invece, molle come un pezzo di carne lessata (“alésso).

110 ‘Ragiona’.

111 «Musi» = forma dispregiativa che sta per ‘facce’.

112 «A guarda’ è mèjjo ’n bel prato fiorito, ch’a véde ’n brutto muso ’rugginìto» = quest’antico proverbio tradizionale può essere così tradotto: ‘È meglio guardare un bel prato in fiore piuttosto che vedersi di fronte il brutto ceffo, scuro in volto («muso rugginìto», vale a dire ‘color ruggine’, cioè ‘scuro’), di un uomo ignorante, prepotente e violento’.

113 «Mette le ràdiche» = ‘mettere radici, stabilirsi in un luogo’.

114 Róppe = rara variante fonetica assimilata della voce verbale italiana ‘rompe’.

115 «Stólla» = voce derivata dal verbo popolare stolla’, ‘spezzare (un ramo) alla base’.

116 «Zozzerìa» = ‘sudiciume’.

117 Presente, qui, in un antico adagio popolare, il sostantivo femminile ppèsta, la cui doppia -p- iniziale rappresenta un fenomeno di raddoppiamento intensivo ed enfatico, indica un fetore pestifero, insopportabile. Il termine dovrebbe derivare da pesta, antico nome, “normalizzato”, della peste.

118 «[…] Toquì è tutta ’na zénna, cocchi!» = ‘su questa terra è un grande disastro’. Il raro sostantivo femminile dialettale zénna risale a geènna, ‘fuoco infernale, inferno’.

119 ‘Sorta di bastone d’aspetto contorto’.

120 «Sdógo» = voce derivata dal verbo sdoga’, ‘togliere le doghe ad una botte’ e, per estensione, ‘rompere le ossa ad una persona’.

121 Il Diàntene crede che la questione dell’intervistatore sia del tutto oziosa, lunatica e stralunata, perciò, dopo avergli rivolto questa domanda retorica, subito lo spedisce a rendersi maggiormente utile, con l’andare a raccogliere le poche uova, che riescono a fare le galline starnazzanti come lui.

122 «Gubbìni» = etnonimo dialettale con il quale sono generalmente designati, a livello popolare, gli abitanti di Gubbio. Esso deriva dal nome etnico latino medioevale Eugubinus, ‘di Gubbio, relativo a Gubbio’, a sua volta risalente al poleonimo Eugubium, ‘Gubbio’. Ecco la trafila fonetica seguita dal nome etnico originario per giungere sino alla variante morfologica (aferetica) popolare Eugubinus > Eugubino > *Gubìno > Gubbìno. Gli Eugubini furono talora detti anche Gubbiòtti. Tale raro etnonimo popolare si è conservato come cognome e toponimo.

123 Il Diàntene, tenta di sfogare il suo rancore, lungamente covato per le ingiustizie subìte, “affibbiando” molti epiteti negativi, un tempo realmente attribuiti agli abitanti dei centri abitati del Parco di Monte Cucco e a quelli dei vicini territori di Gualdo Tadino e di Nocera Umbra: «Tutti matti ènn’i Gubbìni»: è assai noto quest’attributo legato agli abitanti di Gubbio, i quali, nella settimana dei Ceri, si abbandonano a comportamenti rituali, considerati a dir poco incomprensibili, se non addirittura folli, da molti osservatori esterni, non calati nel contesto storico-antropologico della splendida festa tradizionale; «Nobilòmini a Cantiana»: ‘nobili di Cantiano’ (Cantiana, insieme a Canziano, costituisce una variante antica del poleonimo Cantiano). Secondo un’inveterata tradizione orale popolare, la parte più aristocratica di quelle genti che erano miracolosamente sfuggite alla distruzione della Città di Luceoli, dopo aver vissuto, per un certo tempo, in un piccolo bosco sacro (in latino luceolus, da cui Luceoli), che faceva da contorno al tempio di Giove Appennino, decise di fondare un nuovo centro abitato sul sito geografico in cui, secoli più tardi, sarà costruito il borgo di Cantiano. La parte meno nobile di queste popolazioni sarebbe invece andata a fondare il centro altomedioevale di Scheggia.

«Borsaròli de la Schiggia». «A La Schiggia véndece, ma ’n ce compra’!», diceva un vecchio detto popolare, perché gli “Scheggianti” facevano una grande fiera agricola annuale, dedicandosi, assiduamente, al commercio, nel quale settore, eccellendo, potevano parere, a taluni, di dubbia onestà;

«Lumacàri de La Costa»: perché i “Costanti” avrebbero incrementato la loro economia di sopravvivenza, attraverso la raccolta e la vendita delle lumache e delle fragoline di monte (Fragaria vesca);

«Greci o Grèggi de La Villa»: forse da Greci (detti in antico italiano, e dialettalmente, anche Grègi), come sinonimo di Greco-bizantini, in quanto il paese dovrebbe avere subìto, nell’Alto Medioevo, la diretta dominazione dei Bizantini, che si manifesterebbe, ancora oggi, nel secolare culto di venerazione tributato a Sant’Apollinare, Vescovo di Ravenna. Certuni fanno, tuttavia, risalire la variante Grèggi (nota solo a pochi) al fatto che i Villanti avevano molte pecore, o, fors’anche, prendendo per buona un’interpretazione errata di quest’ultimo epiteto, a gréggi, nel senso di ‘grezzi, rozzi’. Alcuni vogliono, infine, che l’attributo Grèggi non sia di natura dispregiativa, ma, al contrario, derivi, semplicemente, dall’aggettivo egregi;

«Guèrci e gobbi a Costaciàro»: perché a Costacciaro avrebbero l’abitudine di “guardare storto” (il termine guercio deriva dal gotico thwaírhs, ‘[che guarda] storto’, ‘iroso’) le persone forestiere. L’epiteto di gobbi, attribuito, un tempo, ai Costacciaroli, avrebbe la seguente origine. Si narra che un mago, giunto a Costacciaro per tenervi uno spettacolo d’illusionismo, entrasse in un’osteria, e, ivi, notasse la presenza di un uomo basso, magro e gobbo.

Uscito dall’anzidetta osteria, ebbe, per sue impellenti necessità, subito ad entrare in una seconda bettola; qui, con gran stupore, vide un secondo uomo, in tutto e per tutto somigliante al primo, tanto che il mago pensò che si trattasse della stessa persona. Sortito anche da questa seconda osteria, volle immediatamente mettere piede in un terzo locale, che esisteva nel paese. Meraviglia delle meraviglie, anche qui osservò un uomo dalle fattezze estremamente simili a quelle dei due gobbetti incontrati nelle precedenti occasioni, e, anche in questo caso, credette di trovarsi in presenza della medesima persona, magicamente fattasi in tre con un inusitato dono della “trilocazione”. A questo punto, il mago fu preso da sconforto, e, credendo i Costacciaroli molto più abili di lui nella magia, rinunziò a tenere il suo progettato spettacolo “nel paese dei magici, gobbetti con il dono dell’ubiquità”. Qualcuno, molto più prosaicamente, spiega l’attributo di gobbi con la reale, ed un tempo assai diffusa, presenza di questa malformazione fra la popolazione del borgo pedeappenninico, la quale avrebbe avuto una causa genetica, imputabile ai frequentissimi matrimoni fra consanguinei. «Zìngheri ènn’i Sigillani». Di Sigillo si diceva che era divenuto “’na zingheràia”, cioè ‘un campo nomade di zingari’, perché il centro ebbe un grande incremento demografico in seguito all’abbandono delle campagne da parte dei contadini, notoriamente costretti a vivere una vita errabonda ed itinerante; il modo di vivere dei Sigillani, molto meno stanziale di quello delle altre popolazioni vicine, concorse a rafforzare ancor di più questo concetto di “girandolonerìa”, s.f., ovverosia di ‘cattivo nomadismo’.

«Cavaciòcchi del Purello»: poiché i Purellani avrebbero avuto un’economia silvo-pastorale di mera sussistenza, spesso legata alla pratica “dell’ arcavatura del ranco”. Fattosi agricoltore, l’uomo appenninico tentò, infatti, di spingere verso l’alto le sue prime forme colturali. Nacquero così i primi ranchi e le prime cèse, ‘porzioni di terra coltivabile strappata al bosco col taglio, l’incendio e l’estrazione di ceppaie e radici’. La pratica di ricavare ranchi da aree un tempo ricoperte dal bosco è perdurata sino a pochi decenni or sono. Il nostro dialetto conserva ancora un’espressione chiaramente alludente a quest’attività agricola di sopravvivenza: “Arcavà ’l ranco”. La località montana più conosciuta con questo nome è Il Ranco o Val di Ranco di Sigillo. Assai frequentata dal turismo, vi sorge un villaggio, che è annoverato fra le frazioni di Sigillo;

«Grattasàssi èn su ’n Fossato»: il significato dell’epiteto si capisce bene, pensando come il sito topografico d’altura su cui sorge Fossato sia costituito da rocce e terreni brecciosi, caratteristiche geologiche e pedologiche che rendevano assai difficile la vita delle popolazioni contadine, costrette letteralmente a “grattare i sassi con zappe ed aratri”.

124 «Zoccaróni a Colbassano»: forse perché portavano, o fabbricavano, gli “zoccaróni, s.m. pl., ossia ‘zoccoli da uomo di legno di salice’;

125 «Lumacàri al Palazzolo»: così chiamati, per le stesse ragioni degli abitanti di Costa San Savino;

126 Ai Gualdesi fu attribuito anche l’epiteto dispregiativo, assimilabile al precedente quanto a significato, di “pancottàri”, cioè ‘mangiatori di pancotto’.

127 «Pulentóni quei de Gualdo»: per il loro presunto modo “impastato” di parlare, come se stessero mangiando la polenta bollente;

128 «Tutti Prèti su ’n Nocèra»: Nocera Umbra è sempre stata una città dalle spiccate vocazioni ecclesiastiche per la presenza di un seminario, di molte chiese, e per essere stata sede vescovile. A Gualdo Tadino, in riferimento ai Nocerini, si impiegava un diverso epiteto: «Bussettàri de Nocera». Il termine Bussettàri dovrebbe essere indicativo d’un mestiere, anticamente molto esercitato dai Nocerini, quello dei calzolai. Il bussétto, s.m., era, infatti, ‘un arnese di bossolo con il quale i calzolai lucidavano il taglio delle suole o dei tacchi delle calzature’.

129 «Màrri quei di là dal monte»: tutti gli abitanti del versante orientale del massiccio di Monte Cucco erano genericamente definiti “marri”, vale a dire ‘portatori di róncola’ (“màrro”, “marràccio”, nelle parlate dialettali locali), principale strumento, e, quasi, simbolo dei mestieri che principalmente svolgevano, che erano quelli del boscaiolo e del carbonaio. Con una certa esagerazione, si arrivava a dire che queste genti portassero sempre ed ovunque la róncola appesa al fianco, non separandosene nemmeno al momento di coricarsi. Un proverbio esemplifica bene quest’inveterata abitudine: “’L marro ’n va siguro se non porta ’l marro al culo”.

130 Il Diàntene sta parafrasando il noto proverbio popolare “Le cèrque ’n fòn le meràngole”, che, alla lettera, vale a dire: “Le querce non fanno le arance”. Quest’antico adagio dialettale era un tempo impiegato con particolare riferimento a persone stupide, le quali, secondo la loro natura di “minus habens”, compivano azioni sciocche e maldestre.

131 «’N s’arindrìzza affatto» = ‘non si raddrizza per niente, non si può più, neanche minimamente, raddrizzare’. L’uomo cresciuto con molte storture morali è, dunque, secondo il lapidario giudizio del Diàntene, del tutto irrecuperabile.

132 «Cèrqua più grossa, che mai nn ha fatto ghianda […]» = ‘La più grande quercia sterile, che, cioè, non ha dato mai alcun frutto’.

133 Un contadino, interrogato sul luogo dove si sarebbero potute trovare le querce più grandi del mondo, rispose, in maniera estremamente acuta ed ironica: “Le cèrque più grosse e matriàle créscheno do’ se comanda”, cioè, fuor di metafora: “Le persone più grossolane, sciocche e maleducate vivono nei luoghi dove si esercita il potere”.

134 «Zozzàto» = ‘insozzàto’.

135 ‘Burroni’.

136 Secondo un’antichissima leggenda locale, San Girolamo, per sottrarsi alla persecuzione dei sacerdoti romani, che egli avrebbe attaccato per la loro carenza di rettitudine, si rifugiò per qualche tempo in una grotta, aprentesi nei pressi dell’Eremo di Monte Cucco.

137 «Non disturbava mai la gente». L’espressione perifrastica dà pillòtto e la variante sintetica pillotta’ derivano entrambe dal sostantivo maschile pillotto, ‘spiedo’. Il disturbare insistentemente qualcuno viene dunque paragonato al rosolare, a fuoco lento, la carne sullo spiedo.

138 «Santo fino» = ‘Santo insigne’.

139 «Deserto» = ‘solitudine eremitica’.

140 «Lue, tolà, fu, al tutto, morto al mondo, benanche che birava e era ritondo.» = ‘In quel luogo, Lui restò completamente “morto al mondo”, benché quest’ultimo continuasse a ruotare e ad essere sferico.

141 «I miriàcol sua èn tanti» = ‘i suoi miracoli sono in così gran numero’. Notare la forma dialettale miriàcol(i), che sta per ‘miracoli’. Essa è chiaramente incrociata con il tardo latino myrias, -adis, che è dal greco myriàs, -àdos, ‘collettività di diecimila’, che sembra, già di per se stessa, voler indicare la gran quantità di prodigi, operati dal nostro Beato.

142 «Ch’a contàlli» = ‘che a contarli e a raccontarli (cioè ‘a narrarli’)’.

143 Queste ottave sono liberamente tratte da un proverbio popolare e da una lauda sul beato Tomasso Grasselli da Costacciaro, composta, da un anonimo scrittore, tra il XIII ed il XIV secolo. Nato a Costa San Savino nel 1262, il Beato entrò, a soli dieci anni, come novizio nell’abbazia romualdina di Santa Maria Assunta di Sitria, il cui Priore era, allora, un certo Trasimondo o Trasmondo. Divenuto Converso della Congregazione Camaldolese, si ritirò a condurre vita eremitica nei pressi dell’attuale Eremo di Monte Cucco, dove morì santamente nel 1337.

144 «Si da vo’ prego, Tomasso, de siguro, ’n m’ampatàsso: sempre trovo la sortita dal pantano de la vita» = ‘Se io vi prego, o Tomasso, certamente non rimango prigioniero del fango «’n m’ampatàsso»: sempre, infatti, trovo una via d’uscita «la sortita» da quel pantano che chiamano vita’.

145 Nel luogo di confluenza tra il Torrente Sentino ed il Rio Freddo, anticamente detto Fosso Perticaro o Perticano, luogo che, da questa confluenza, prende il significativo nome di Congiùntoli, sorge la chiesa abbaziale di Sant’Emiliano e Bartolomeo Apostolo, costruita tra l’XI ed il XIII secolo. Nei pressi di questo tempio cristiano, sorge una celletta («cellula», in latino: probabilmente il Sacellum Sancti Hieronymi, che si trova attualmente nelle immediate vicinanze dell’Eremo di Monte Cucco), in cui fecero eremitaggio molti santi uomini. Aspetta, se ci penso bene, ricordo che ci stette in preghiera anche San Domenico, detto Loricato (990-1060), a causa del cilizio, a forma di lorìca, che, per penitenza, usava sempre indossare sul nudo petto. San Domenico, detto anche Confessore (sulla cui vita scrisse un’epistola in latino San Pier Damiani), in queste celle passò svariate ore. Per sfuggire alla morte dell’anima, faceva penitenza anche il beato eugubino Forte (970-1040), della nobile famiglia dei Gabrielli. Tuttavia, per andare a vedere il luogo di continua reclusione di questo beato, occorre percorrere una strada completamente diversa e raggiungere il vertice del Monte di Santa Maria. Nel luogo ove sorgeva l’aia di questo romitorio crescono ancora un fico (la forcina, o forca, di legno di fico era, un tempo, considerata strumento idoneo ad affrontare ed allontanare le streghe ed altri esseri malefici) e alcuni giaggioli, ormai inselvatichiti, verosimilmente piantati dal Beato Forte in persona, ben un millennio or sono.

146 Si tratta di un’enigmatica figura femminile della Costacciaro medioevale, che la tradizione orale popolare vuole vivesse, per qualche anno, da eremita sul Monte Cucco, facendo penitenza nella Grotta de Sant’Agnese, che, proprio da lei, avrebbe tratto il nome. A Gubbio, sul Monte Ingino, esiste un’altra Grotta di Sant’Agnese e, sempre a Gubbio, sembra che un’eremita di nome Agnese sia realmente esistita.

147 «’Nteghìta» è participio passato, significante ‘irrigidita’.

148 Ai piedi delle balze della Pìgnola esiste realmente un androne, dedicato a San Donnino, con chiari segni di frequentazione umana antica.

149 Si tratta di una modesta ma asciutta cavità carsica, aprentesi al piede del settore più elevato delle balze della Pìgnola.

150 «Si principia’, tu, vòi ogni sapienza, de Ddio, d’ave’ tu ci hai la temenza!» = il Diàntene sta qui parafrasando il celebre proverbio biblico del re d’Israele Salomone: «Initium sapientiae timor Domini